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La Vita Seconda di San Francesco

La Vita Seconda di San Francesco

VITA SECONDA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI di Tommaso da Celano

PROLOGO

Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. Amen
Al ministro generale dell’Ordine dei frati minori

La venerata assemblea dell’ultimo Capitolo generale e vostra Paternità reverendissima, assistiti da Dio, hanno creduto bene di ordinare a noi, per quanto incapaci, di scrivere i fatti e persino le parole del glorioso nostro padre Francesco, a conforto dei presenti ed a memoria dei posteri. Noi l’abbiamo potuto conoscere meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole familiarità. Perciò ci siamo affrettati ad obbedire con umile devozione, perché non possiamo in alcun modo trasgredire questi ordini santi.
Ma, ad un esame più attento delle nostre deboli forze, abbiamo giusto timore che una materia di tanta importanza, se non viene esposta come merita, per colpa nostra, possa dispiacere agli altri. Temiamo infatti che questo cibo gustosissimo diventi insipido per l’incapacità di chi lo prepara, e che il nostro tentativo possa essere imputato più a presunzione che ad obbedienza.
Se fosse soltanto la vostra benevolenza, o beato padre, a giudicare il frutto di un così notevole impegno, e non fosse destinato al pubblico, accoglieremmo con animo gratissimo ogni suggerimento di rettifica oppure la gioia dell’approvazione. Infatti, chi in tanta varietà di parole e di fatti potrebbe soppesare ogni cosa con bilancia di precisione, in modo che risultino tutti concordi sui singoli punti quanti ne vengono a conoscenza?
Ma, poiché desideriamo sinceramente il bene di tutti e di ciascuno, preghiamo i lettori a voler giudicare con benevolenza, e a compatire o a supplire la semplicità di chi riferisce i fatti, in modo che la stima dovuta alla persona di cui parliamo rimanga sempre intatta.
La nostra memoria di persone incolte, resa labile dal correre del tempo, non è in grado di ritrarre esattamente i voli di parole sublimi né le meraviglie delle sue azioni: a fatica le potrebbe afferrare una mente pronta ed esercitata, anche se accadessero in quel momento. Pertanto l’autorità di chi ce lo ha ordinato ripetutamente, valga a scusare presso tutti i difetti dovuti alla nostra incapacità.
Questo libro contiene anzitutto alcuni episodi meravigliosi relativi alla conversione di Francesco, che non sono stati inseriti nelle Vite già composte, perché non erano stati portati a conoscenza dell’autore.
Vogliamo inoltre esporre e mettere in luce, con attenzione e precisione, ciò che il santissimo padre Francesco ha voluto per sé ed i suoi–il suo ideale generoso, amabile, perfetto–in ogni esercizio della scienza celeste, e alla ricerca amorosa della più alta perfezione: ciò che fu sempre oggetto delle sue effusioni sante davanti a Dio e dei suoi esempi davanti agli uomini. Abbiamo inserito, qua e là, alcuni miracoli secondo l’opportunità. Infine, scriviamo quanto ci riporta la memoria con stile semplice e dimesso, desiderosi di andare incontro a chi è meno agile di mente, ed anche, se possibile, di piacere ai dotti.
Vi preghiamo dunque, benignissimo padre, di volere consacrare con la vostra benedizione questi doni, piccoli ma non indifferenti, del nostro lavoro, frutto di non poche e laboriose ricerche; come pure di correggere gli errori e togliere il superfluo, in modo che quanto, a vostro autorevole giudizio, sarà riconosciuto esatto, col vostro nome, veramente Crescenzio, cresca ovunque e si moltiplichi in Cristo. Amen.

PARTE PRIMA (Incomincia il “Memoriale nel desiderio dell’anima” delle azioni e delle parole del santissimo nostro padre Francesco)
LA SUA CONVERSIONE – CAPITOLO I: PRIMA VIENE CHIAMATO GIOVANNI, POI FRANCESCO. PROFEZIE DELLA MADRE E PREDIZIONI DI LUI STESSO A SUO RIGUARDO. SUA PAZIENZA NELLA PRIGIONIA

Il servo e amico dell’Altissimo, Francesco, ebbe questo nome dalla divina Provvidenza, affinché per la sua originalità e novità si diffondesse più facilmente in tutto il mondo la fama della sua missione. La madre lo aveva chiamato Giovanni, quando rinascendo dall’acqua e dallo Spirito Santo, da figlio d’ira era divenuto figlio della grazia.
Specchio di rettitudine, quella donna presentava nella sua condotta, per così dire, un segno visibile della sua virtù. Infatti, fu resa partecipe, come privilegio, di una certa somiglianza con l’antica santa Elisabetta, sia per il nome imposto al figlio, sia anche per lo spirito profetico. Quando i vicini manifestavano la loro ammirazione per la generosità d’animo e l’integrità morale di Francesco, ripeteva, quasi divinamente ispirata: ” Cosa pensate che diverrà, questo mio figlio? Sappiate, che per i suoi meriti diverrà figlio di Dio “.
In realtà, era questa l’opinione anche di altri, che apprezzavano Francesco, già grandicello, per alcune sue inclinazioni molto buone. Allontanava da sé tutto ciò che potesse suonare offesa a qualcuno e, crescendo con animo gentile, non sembrava figlio di quelli che erano detti suoi genitori.
Perciò il nome di Giovanni conviene alla missione che poi svolse, quello invece di Francesco alla sua fama, che ben presto si diffuse ovunque, dopo la sua piena conversione a Dio. Al di sopra della festa di ogni altro santo, riteneva solennissima quella di Giovanni Battista, il cui nome insigne gli aveva impresso nell’animo un segno di arcana potenza.
Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo tra i fondatori di Ordini religiosi. È una coincidenza degna di essere sottolineata.
Giovanni profetò chiuso ancora nel segreto dell’utero materno, Francesco predisse il futuro da un carcere terreno, ignaro ancora del piano divino.
Si combatteva tra Perugia ed Assisi. In uno scontro sanguinoso Francesco fu fatto prigioniero assieme a molti altri e, incatenato, fu gettato con loro nello squallore del carcere. Ma, mentre i compagni muoiono dalla tristezza e maledicono la loro prigionia, Francesco esulta nel Signore, disprezza e irride le catene. Afflitti come sono, lo rimproverano di essere pieno di gioia anche nel carcere, e lo giudicano svanito e pazzo. Ma Francesco risponde con tono profetico: “Di cosa pensate che io gioisca? Ben altro è il mio pensiero: un giorno sarò venerato come santo in tutto il mondo”. In realtà è così: si è avverato completamente ciò che ha predetto.
Vi era tra i compagni di prigionia un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile. Tutti cercano di emarginarlo, ma la pazienza di Francesco non si spezza: a furia di sopportare quell’intrattabile, ristabilisce la pace fra tutti. Era un animo capace di ogni grazia e, fino da allora, come vaso eletto di virtù, esalava attorno i suoi carismi.

CAPITOLO II: RIVESTE UN CAVALIERE POVERO, ED ANCORA SECOLARE HA UNA VISIONE RELATIVA ALLA SUA VOCAZIONE
Fu liberato dalla prigione poco tempo dopo e divenne più compassionevole con i bisognosi. Propose anzi di non respingere nessun povero, chiunque fosse e gli chiedesse per amor di Dio.
Un giorno incontrò un cavaliere povero e quasi nudo: mosso a compassione, gli cedette generosamente, per amor di Cristo, le proprie vesti ben curate, che indossava.
È stato, forse, da meno il suo gesto di quello del santissimo Martino? Eguali sono stati il fatto e la generosità, solo il modo è diverso: Francesco dona le vesti prima del resto quello invece le dà alla fine, dopo aver rinunciato a tutto. Ambedue sono vissuti poveri ed umili in questo mondo e sono entrati ricchi in cielo. Quello, cavaliere ma povero, rivestì un povero con parte della sua veste, questi, non cavaliere ma ricco, rivestì un cavaliere povero con la sua veste intera. Ambedue, per aver adempiuto il comando di Cristo, hanno meritato di essere, in visione, visitati da Cristo, che lodò l’uno per la perfezione raggiunta e invitò l’altro, con grandissima bontà, a compiere in se stesso quanto ancora gli mancava.
Infatti, subito dopo, gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie ed una bellissima sposa. Nel sonno, Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora, tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere. Il suo spirito mondano gli suggeriva una interpretazione mondana della visione, mentre ben più nobile era quella nascosta nei tesori della sapienza di Dio.
E infatti un’altra notte, mentre dorme, sente di nuovo una voce, che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito, e dice di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone.
“Il padrone “, risponde Francesco.
“E allora–riprende la voce–perché cerchi il servo in luogo del padrone? “.
E Francesco: ” Cosa vuoi che io faccia, o Signore? “.
“Ritorna–gli risponde il Signore– alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione “. Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato col rinnegamento della sua volontà da Saulo in Paolo. Quello venne gettato a terra e sotto i duri colpi disse parole soavi, Francesco invece mutò le armi mondane in quelle spirituali, ed in luogo della gloria militare ricevette una investitura divina. Così a quanti–ed erano molti–si stupivano della sua letizia inconsueta, rispondeva che sarebbe divenuto un gran principe.

50CAPITOLO III: UNA COMPAGNIA DI GIOVANI LO ELEGGE SUO SIGNORE PER UN BANCHETTO. SUA TRASFORMAZIONE
Cominciò a trasformarsi in uomo perfetto, del tutto diverso da quello di prima. Ma, ritornato a casa, i figli di Babilonia ripresero a seguirlo, e sebbene contro sua volontà, lo trascinarono su una strada ben diversa da quella che egli intendeva percorrere. La compagnia dei giovani di Assisi, che un tempo lo avevano avuto guida della loro spensieratezza cominciò di nuovo a invitarlo ai banchetti, nei quali si indulge sempre alla licenza ed alla scurrilità. Lo elessero re della festa, perché sapevano per esperienza che, nella sua generosità, avrebbe saldato le spese per tutti. Si fecero suoi sudditi per sfamarsi ed accettarono di ubbidire, pur di saziarsi. Francesco non rifiutò l’onore offertogli, per non essere bollato come avaro, e pur continuando nelle sue devote meditazioni, non dimenticò la cortesia. Preparò un sontuoso banchetto con abbondanza di cibi squisiti: quando furono pieni sino al vomito, si riversarono nelle piazze della città insudiciandole con le loro canzoni da ubriachi.
Francesco li seguiva, tenendo in mano come signore lo scettro. Ma poiché da tempo con tutto l’animo si era reso completamente sordo a quelle voci e cantava in cuor suo al Signore, se ne distaccò a poco a poco anche col corpo. Allora, come riferì egli stesso, fu inondato di tanta dolcezza divina, da non potersi assolutamente muovere né parlare. Lo pervase un tale sentimento interiore che trascinava il suo spirito alle cose invisibili, facendogli giudicare di nessuna importanza, assolutamente frivola ogni cosa terrena.
Veramente stupenda è la bontà del Signore, che elargisce magnifici doni a chi compie le più umili azioni; che salva e fa progredire, anche nei gorghi dell’inondazione, ciò che gli appartiene. Cristo infatti nutrì con pani e pesci le folle, non rifiutò ai peccatori la sua mensa. Quando lo richiesero come re, fuggì e salì sul monte a pregare.
Sono misteri di Dio questi, che Francesco asseconda ed anche a sua insaputa è portato alla sapienza perfetta.

CAPITOLO IV: VESTITO DA POVERO, MANGIA CON I POVERI DAVANTI ALLA CHIESA DI SAN PIETRO E LA SUA OFFERTA
Fino da allora dimostrava di amare intensamente i poveri e questi inizi lodevoli lasciavano prevedere cosa sarebbe stato, una volta giunto a perfezione. Spesso si spogliava per rivestire i poveri, ai quali cercava di rendersi simile, se non ancora a fatti almeno con tutto l’animo. Si recò una volta in pellegrinaggio a Roma, e, deposti, per amore di povertà, i suoi abiti fini, si ricoprì con gli stracci di un povero. Si sedette quindi pieno di gioia tra i poveri, che sostavano numerosi nell’atrio, davanti alla chiesa di San Pietro e, ritenendosi uno di essi, mangiò con loro avidamente. Avrebbe ripetuto più e più volte azioni simili, se non gli avessero incusso vergogna i conoscenti. Si accostò poi all’altare del Principe degli Apostoli e, stupito delle misere offerte dei pellegrini, gettò là denaro a piene mani. Voleva, con questo gesto, indicare che tutti devono onorare in particolare modo colui che Dio stesso ha onorato al di sopra degli altri.
Spesso, anche ai sacerdoti poverelli donava arredi sacri e rendeva a tutti, pur di infimo grado, il debito onore. Ed è chiaro: aderendo in modo totale alla fede cattolica e destinato ad assumere la missione apostolica, fu, sin dal principio, pieno di riverenza per i ministeri sacri e i ministri di Dio.

CAPITOLO V: MENTRE È IN PREGHIERA, IL DEMONIO GLI MOSTRA UNA DONNA E QUALE FU LA RISPOSTA DEL SIGNORE. IL SUO COMPORTAMENTO CON I LEBBROSI
Così facendo, Francesco, benché ancora in abito secolare, aveva già un animo religioso. Lasciava i luoghi pubblici e frequentati, desideroso della solitudine, e qui, spessissimo era ammaestrato dalla visita dello Spirito Santo. Era infatti strappato via e attratto da quella sovrana dolcezza che lo pervase fin da principio in un modo così pieno, da non lasciarlo più finché visse.
Ma, mentre frequentava luoghi appartati, ritenendoli adatti alla preghiera, il diavolo tentò di allontanarlo con una astuzia maligna. Gli raffigurò nel cuore una donna, sua concittadina, mostruosamente gibbosa: aveva un tale aspetto da suscitare orrore a tutti. E lo minacciò di renderlo uguale se non la piantava coi suoi propositi. Ma, confortato dal Signore, ebbe la gioia di una risposta piena di grazia e di salvezza: “Francesco,–gli disse Dio in spirito–lascia ormai i piaceri mondani e vani per quelli spirituali, preferisci le cose amare alle dolci e disprezza te stesso, se vuoi conoscermi. Perché gusterai ciò che ti dico, anche se l’ordine è capovolto”. Subito, si sentì come indotto a seguire il comando del Signore e spinto a farne la prova.
Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande fastidio e ribrezzo; ma per non venire meno alla fedeltà promessa, come trasgredendo un ordine ricevuto, balzò da cavallo e corse a baciarlo. E il lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per ricevere qualcosa, ne ebbe contemporaneamente denaro e un bacio. Subito risalì a cavallo, guardò qua e là – la campagna era aperta e libera tutt’attorno da ostacoli – , ma non vide più il lebbroso. Pieno di gioia e di ammirazione, poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del denaro, ne baciò la mano e la bocca.
Così preferiva le cose amare alle dolci, e si preparava virilmente a mantenere gli altri propositi.

CAPITOLO VI: UNA IMMAGINE DEL CROCIFISSO GLI PARLA ED EGLI LE RENDE ONORE
Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso–cosa da sempre inaudita!–l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra, ” Francesco, – gli dice chiamandolo per nome – va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina “. Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.
Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.
Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando–almeno all’esterno–non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto il suo animo venne meno. Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo.
Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo. Incontrò un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare.
Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l’olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell’onore, doveroso, di un lume. Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue, non volle di colpo giungere alla perfezione dell’opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito.49

CAPITOLO VII: LA PERSECUZIONE DEL PADRE E DEL FRATELLO
Quando il padre lo vide perseverare nelle opere di bontà, cominciò a perseguitarlo ed a straziarlo, ovunque lo incontrasse, con maledizioni. Allora il servo di Dio chiamò un uomo di umile condizione e semplice assai, e lo pregò che, facendo le veci del padre, quando questi moltiplicava le sue maledizioni egli di rimando lo benedicesse. Così tradusse in pratica e dimostrò con i fatti cosa significhi la parola del Salmista: Essi malediranno e tu benedirai.
Dietro consiglio del vescovo della città, uomo molto pio che non riteneva giusto utilizzare per usi sacri denaro di male acquisto, I’uomo di Dio restituì al padre la somma, che voleva spendere per il restauro della chiesa. E davanti a molti che si erano lì riuniti e in ascolto: ” D’ora in poi, –esclamò–potrò dire liberamente: Padre nostro, che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone. Ecco, non solo gli restituisco il denaro, ma gli rendo pure tutte le vesti. Così, andrò nudo incontro al Signore “.
O anima nobile di un uomo, al quale ormai basta solo Cristo! Si accorsero allora che l’uomo di Dio, sotto le vesti portava il cilizio, gioioso non tanto di apparire quanto di essere virtuoso.
Anche il fratello, seguendo l’esempio del padre, lo investiva con parole velenose. Un mattino, d’inverno, vide Francesco intento a pregare, coperto di poveri cenci e tutto tremante di freddo. E rivolto, quel perverso, ad un concittadino, gli disse: ” Di’ a Francesco che ti venda un soldo di sudore “. “Lo venderò sì, io, a ben caro prezzo al mio Signore “, rispose molto allegro e sorridente l’uomo di Dio, che l’aveva udito.
Niente di più vero! Perché ha guadagnato in questo mondo non solo cento, ma mille volte tanto, e nell’altro ha ottenuto per sé e per molti la vita eterna.

CAPITOLO VIII: SUPERA LA VERGOGNA E PROFETIZZA A RIGUARDO DELLE POVERE VERGINI
Da allora si adopera a trasformare il suo tenore di vita, rendendolo, da raffinato austero e a riportare alla bontà naturale il suo corpo un po’ infrollito.
Un giorno andava per le vie d’Assisi mendicando olio per le lampade di San Damiano, la chiesa che stava allora riparando. Sul punto di entrare in una casa, vedendo davanti alla porta un gruppo di amici che giocava, rosso di vergogna, si ritirò. Ma, volgendo il suo nobile spirito al cielo si rinfacciò tanta viltà e divenne giudice severo di se stesso. All’istante, ritorna alla casa e, dopo aver esposto con voce sicura a tutti il motivo della sua vergogna, quasi inebriato di spirito, chiede in lingua francese l’olio di cui ha bisogno e l’ottiene..
Animava tutti, con grande zelo, a restaurare quella chiesa, e sempre parlando in francese predisse chiaramente, davanti a tutti, che lì accanto sarebbe sorto un monastero di vergini consacrate a Cristo. Del resto, ogni volta che era pieno dell’ardore dello Spirito Santo, parlava in lingua francese per esprimere il calore esuberante del suo cuore, quasi prevedendo che sarebbe stato venerato da quel popolo con particolare onore e devozione.

CAPITOLO IX: CERCA Dl PORTA IN PORTA LA CARITA’
Da quando iniziò a servire al Signore di tutti, amò sempre di fare le cose comuni, evitando ovunque la singolarità, sentina di tutti i vizi. Mentre attendeva con grande impegno a riparare la chiesa, come Cristo gli aveva ordinato, era passato da una vita contrassegnata dalla delicatezza ad una di sacrificio e dedita al lavoro. Il sacerdote, che curava la chiesa, vedendolo stremato dall’assidua fatica, commosso, cominciò a passargli ogni giorno qualcosa del suo vitto, anche se non molto saporito, perché era povero. Ma Francesco, pur comprendendo ed apprezzando la delicata bontà del sacerdote disse a se stesso: “Non troverai sempre questo sacerdote che ti somministri tali cibi. Né è bene assuefarti a questo tenore di vita: ritorneresti gradatamente a ciò che hai disprezzato, per finire di nuovo nella mollezza. Levati dunque, presto, e chiedi di porta in porta un po’ di companatico”. Così, se ne andò per Assisi, chiedendo di porta in porta qualche cibo cotto. Quando vide la scodella piena dei più diversi rimasugli, da prima sentì un brivido di orrore; ma, poi, ricordatosi del Signore, vinse se stesso e mangiò quel guazzabuglio con gaudio dello spirito. Tutto lenisce l’amore e rende assolutamente dolce ciò che è amaro.

CAPITOLO X: FRATE BERNARDO RINUNCIA AI SUOI BENI
Bernardo, un cittadino di Assisi, che poi divenne figlio di perfezione, volendo seguire il servo di Dio nel disprezzo totale del mondo, lo scongiurò umilmente di dargli il suo consiglio. Gli espose dunque il suo caso: “Padre, se uno dopo avere a lungo goduto dei beni di qualche signore, non li volesse più tenere, cosa dovrebbe farne, per agire nel modo più perfetto?”. Rispose l’uomo di Dio: “Deve restituirli tutti al padrone, da cui li ha ricevuti”. E Bernardo: “So che quanto possiedo mi è stato dato da Dio e, se tu me lo consigli, sono pronto a restituirgli tutto”. Replicò il Santo: “Se vuoi comprovare coi fatti quanto dici, appena sarà giorno, entriamo in chiesa prendiamo il libro del Vangelo e chiediamo consiglio a Cristo”.
Venuto il mattino, entrano in una chiesa e, dopo aver pregato devotamente, aprono il libro del Vangelo, disposti ad attuare il primo consiglio che si offra loro. Aprono il libro, e il suo consiglio Cristo lo manifesta con queste parole: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quanto possiedi e dallo ai poveri. Ripetono il gesto, e si presenta il passo: Non prendete nulla per il viaggio. Ancora una terza volta, e leggono: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso. Senza indugio Bernardo eseguì tutto e non tralasciò neppure un iota. Molti altri, in breve tempo, si liberarono dalle mordacissime cure del mondo e, sotto la guida di Francesco, ritornarono all’infinito bene nella patria vera. Ma sarebbe troppo lungo dire come ciascuno abbia raggiunto il premio della chiamata divina.48

CAPITOLO XI: LA PARABOLA CHE EGLI RACCONTÒ AL SIGNOR PAPA
Quando si presentò con i compagni a papa Innocenzo per chiedergli l’approvazione della sua regola di vita, questi giudicò l’ideale che si era prefisso superiore alle forze umane. Ma, da uomo prudentissimo com’era, gli disse: “Prega, figlio mio, Cristo perché ci manifesti, per mezzo tuo, la sua volontà e, una volta conosciutala, possiamo acconsentire con più sicurezza ai tuoi pii desideri”.
Il Santo obbedì al comando del sommo Pastore e ricorse con tutta fiducia a Cristo. Pregò con insistenza ed esortò pure i compagni a supplicare devotamente Dio. In breve, mentre pregava ottenne la risposta e comunicò ai figli novità salutari. Vennero così a sapere che Cristo gli aveva detto familiarmente, in parabola: “Francesco, dirai al Papa così:–Viveva in un deserto una donna povera, ma molto bella. Un re se ne innamorò per il suo incantevole aspetto, strinse relazione con lei gioiosamente e ne ebbe figli bellissimi. Una volta adulti ed educati nobilmente, la madre disse loro: “Non vergognatevi, o miei diletti, per il fatto di essere poveri, perché siete tutti figli di quel grande re. Andate dunque gioiosi alla sua corte e chiedetegli quanto vi occorre”. Meravigliati e lieti a quelle parole, animati dall’assicurazione di essere di stirpe reale e futuri eredi, stimarono ricchezza la loro estrema povertà, e si presentarono al re con fiducia e senza paura, perché nel volto riproducevano il suo volto. Vedendo che gli rassomigliavano, il re chiese, meravigliato di chi fossero figli. Ed avendogli risposto che erano figli di quella donna povera e sola nel deserto, li abbracciò: “Siete figli miei ed eredi; non abbiate timore; perché, se alla mia mensa si nutrono estranei, è certamente più giusto che si nutrano quelli che hanno diritto a tutta l’eredità“. Ordinò poi alla donna di mandare alla sua corte tutti i figli generati da lui, perché vi fossero allevati”. Il Santo, traboccante di gioia a motivo della parabola, riferì subito al Papa il solenne oracolo.
La.donna simboleggia Francesco, non per la mollezza della condotta, ma per i numerosi suoi figli. Il deserto è il mondo, allora incolto e sterile di virtù. L’abbondante e splendida figliolanza è il copioso numero di frati, ricchi di ogni virtù. Il re: il Figlio di Dio e a lui corrispondono nell’aspetto, somiglianti per la santa povertà, quelli, che, messo da parte ogni rossore, si sfamano alla mensa del re: contenti della imitazione di Cristo, vivendo di elemosina, pur attraverso il disprezzo del mondo, sanno che un giorno saranno felici.
Il Papa ascoltò con meraviglia la parabola e riconobbe senza incertezze che Cristo aveva parlato in quell’uomo. Si ricordò di un sogno fatto pochi giorni prima e illuminato dallo Spirito Santo, affermò che si sarebbe realizzato proprio in lui. Aveva sognato infatti che la Basilica del Laterano stava per crollare e che un religioso, piccolo e spregevole, la puntellava con le sue spalle, perché non cadesse. “Ecco, pensò: questi è colui che con l’azione e la parola sosterrà la Chiesa di Cristo”.
È questo il motivo, per cui il signor Papa assecondò con tanta facilità la sua domanda e, da quel momento, anima veramente piena di Dio, amò sempre il servo di Cristo con particolare benevolenza. Esaudì subito le richieste, e promise amabilmente che avrebbe aggiunto più importanti concessioni.
Francesco, allora, usando della facoltà concessagli, cominciò a spargere semi di virtù, predicando con maggior fervore tutt’attorno, per città e villaggi.

SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA – CAPITOLO XII: L’AMORE DEL SANTO E DELLA BEATA VERGINE PER QUESTO LUOGO. COME I FRATI Vl ABITAVANO
Il servo di Dio, Francesco, piccolo di statura, umile di spirito e minore di professione, mentre viveva qui sulla terra scelse per sé e per i suoi una piccola porzione di mondo: altrimenti, senza usare nulla di questo mondo, non avrebbe potuto servire Cristo. E furono di certo ispirati da Dio quelli che, anticamente, chiamarono Porziuncola il luogo che toccò in sorte a coloro che non volevano assolutamente possedere nulla su questa terra.
Sorgeva in questo luogo una chiesa dedicata alla Vergine Madre, che, per la sua particolare umiltà,. meritò, dopo il Figlio, di essere Sovrana di tutti i Santi. Qui ebbe inizio l’Ordine dei minori, e s’innalzò ampia e armoniosa, come poggiata su fondamento solido, la loro nobile costruzione Il Santo amò questo luogo più di ogni altro, e comandò ai frati di venerarlo con particolare devozione. Volle che fosse sempre custodito come specchio dell’Ordine in umiltà e altissima povertà, riservandone ad altri la proprietà e ritenendone per sé ed i suoi soltanto l’uso.
Vi era osservata in tutto una rigidissima disciplina: nel silenzio e nel lavoro, come pure in tutti gli altri ordinamenti della vita regolare. Nessun frate poteva entrarvi liberamente, se non quelli espressamente incaricati: raccolti qui da ogni parte, il Santo li voleva esempio di devozione a Dio e perfetti in tutto. Era assolutamente vietato l’accesso ad ogni secolare. Non voleva che i frati che qui abitavano–in numero ristretto–fossero solleticati dal prurito di notizie mondane e, interrompendo la contemplazione dei beni celesti, fossero trascinati dai cicaloni ad occuparsi delle cose terrene. Non era permesso ad alcuno dire, in questo luogo, parole oziose, né riferire quelle dette da altri. Se uno, a volte, mancava in questo, veniva messo in guardia a non ripeterlo mai più da un castigo salutare. I frati che vi dimoravano, erano impegnati giorno e notte nelle lodi divine, e conducevano una vita angelica, fragrante di soave odore.
E giustamente. Perché il luogo, a detta degli antichi abitanti, era chiamato, con altro nome, Santa Maria degli Angeli. Il Padre diceva di sapere per divina rivelazione che la beata Vergine, fra tutte le chiese innalzate a suo onore, amava quella con particolare predilezione; e perciò il Santo la preferiva a tutte le altre.

CAPITOLO XIII: UNA VISIONE
Un santo frate, prima della sua conversione, aveva avuto, a proposito di Santa Maria degli Angeli una visione degna di essere riferita. Stava osservando innumerevoli uomini, che con gli occhi dolorosamente spenti e la faccia rivolta al cielo, erano inginocchiati attorno alla detta chiesa. Tutti, con voce di pianto e le mani protese in alto, gridavano a Dio, chiedendo luce e misericordia. Ed ecco, scese dal cielo uno splendore, che irradiandosi su tutti, donò a ciascuno la luce e la salvezza desiderata.

TENORE DI VITA DI SAN FRANCESCO E DEI FRATI – CAPITOLO XIV: IL RIGORE DELLA DISCIPLINA
Il coraggioso soldato di Cristo non aveva mai alcun riguardo per il suo corpo e lo esponeva, come non suo, a tutte le asprezze sia di fatti che di parole. Chi volesse enumerare ciò che ha patito, supererebbe l’elenco dello scritto apostolico, nel quale vengono narrate le sofferenze dei Santi. E, allo stesso modo, anche i suoi primi discepoli, senza eccezione, si sottoponevano a tutti i disagi, cosi da ritenere addirittura peccato l’aspirare ad altro che alle consolazioni spirituali. Indossavano, come fosse un vestito, corsaletti e cinture di ferro, e sarebbero venuti meno, spossati dalle veglie e dai lunghi digiuni, se non avessero attenuato tanto rigore dietro assiduo ammonimento dell’accorto pastore.

CAPITOLO XV: DISCREZIONE DI SAN FRANCESCO
Una notte, una di quelle pecorelle, mentre le altre dormivano, si mise a gridare: “Muoio, fratelli, ecco, muoio di fame!”. Il saggio pastore si alzò immediatamente e si affrettò a portare l’aiuto opportuno alla pecorella infermiccia. Ordinò di preparare la mensa, anche se con cibi alla buona, dove l’acqua, come il più delle volte, suppliva alla mancanza di vino. Proprio lui cominciò a mangiare per primo ed invitò a quel dovere di carità gli altri frati, perché il poverino non avesse ad arrossire.
Preso il cibo col timore del Signore, affinché fosse completo l’atto di carità, il Padre tenne ai figli un lungo discorso sulla virtù della discrezione. Prescrisse di offrire sempre a Dio un sacrificio condito di prudenza, ammonendoli accortamente di tener conto, nel servizio divino, delle proprie forze. Perché, diceva, è come peccare il sottrarre senza discrezione al corpo il necessario, come pure dargli il superfluo, sotto la spinta della gola. Poi soggiunse: “Carissimi, ciò che ho fatto mangiando, sappiate che è stato fatto non per bramosia, ma per doverosa attenzione e perché me lo ha imposto la carità fraterna. La carità vi sia di esempio, non il cibo, perché questo soddisfa la gola, quella invece lo spirito”.47

CAPITOLO XVI: LA SUA CONOSCENZA DEL FUTURO E COME AFFIDÒ L’ ORDINE ALLA CHIESA ROMANA. UNA VISIONE
Il padre santo progrediva continuamente in meriti e virtù. E poiché la sua prole cresceva ovunque in numero e grazia ed estendeva sino ai confini della terra i suoi tralci, ricchi a meraviglia di frutti ubertosi, cominciò a riflettere sempre più spesso, preoccupato come la giovane pianta potesse conservarsi e crescere stretta nel vincolo della unità.
Vedeva, già allora, che molti, come lupi, infierivano contro il piccolo gregge,–vecchi incalliti nel male–, spinti a nuocere unicamente dalla novità.
Prevedeva pure che tra gli stessi figli potevano sorgere difficoltà a danno della pace e dell’unità, e lo turbava il pensiero che, come spesso avviene tra gli eletti, vi sarebbero stati alcuni inorgogliti nella loro mentalità carnale, pronti alle contese e facili allo scandalo.
Mentre rivolgeva questi e simili pensieri nella sua mente, una notte, nel sonno, ebbe questa visione. Vide una gallina piccola e nera, simile ad una colomba domestica, con zampe e piedi rivestiti di piume. Aveva moltissimi pulcini, che per quanto si aggirassero attorno a lei, non riuscivano a raccogliersi tutti sotto le sue ali. Quando si svegliò, l’uomo di Dio, e riprese i suoi pensieri, spiegò personalmente la visione. ” La gallina, commentò, sono io, piccolo di statura e di carnagione scura, e debbo unire alla innocenza della vita una semplicità di colomba: virtù, che quanto è più rara nel mondo, tanto più speditamente si alza al cielo. I pulcini sono i frati, cresciuti in numero e grazia, che la forza di Francesco non riesce a proteggere dal turbamento degli uomini e dagli attacchi delle lingue maligne “.
“Andrò dunque, e li raccomanderò alla santa Chiesa Romana: in tale modo i malevoli saranno colpiti dalla verga della sua potenza e i figli di Dio, ovunque, godranno di piena libertà, a maggior beneficio della salvezza eterna. Da questo i figli riconosceranno le tenere premure della madre e ne seguiranno, con particolare devozione, le orme venerande.. La sua protezione difenderà l’Ordine dagli attacchi dei maligni, e il figlio di Belial non passerà impunemente per la vigna del Signore. Persino lei, che è santa, emulerà la gloria della nostra povertà e non permetterà che il torbido della superbia possa offuscare i grandi pregi dell’umiltà. Conserverà illesi tra di noi i vincoli della carità e della pace, colpendo con rigore e severità chi è causa di discordia.
Alla sua presenza fiorirà sempre la santa osservanza della purezza evangelica e non consentirà che svanisca neppure per un istante il buon odore della vita”.
Fu questa la vera e unica intenzione che ebbe il Santo nel volere tale raccomandazione, e questi gli argomenti santissimi della prescienza dell’uomo di Dio riguardo alla necessità di affidarsi alla Chiesa per il tempo futuro.

CAPITOLO XVII: CHIEDE IL SIGNORE D’ OSTIA COME SOSTITUTO DEL PAPA
Si portò dunque a Roma, dove il signor papa Onorio e tutti i Cardinali lo accolsero con grande devozione. Ed a ragione, perché si ripercuoteva visibilmente nella sua vita e nelle parole il profumo della sua fama, e non era quindi possibile non venerarlo. Predicò davanti al Papa ed ai Cardinali con animo franco e pieno di ardore, attingendo dalla pienezza del cuore, come gli suggeriva lo Spirito. Alla sua parola si commossero quelle altezze e, traendo profondi sospiri dall’intimo, lavarono con lacrime l’uomo interiore.
Terminato il discorso e dopo qualche istante di cordiale colloquio col Papa, alla fine così espose la sua richiesta: “Non è facile, Signore, come sapete, per gente povera e umile avere accesso a così grande maestà. Avete nelle mani il mondo e gli impegni molto importanti non permettono di dedicarsi alle minuzie. Per questo, Signore,–continuò –chiedo al tenerissimo affetto di vostra Santità di concederci come papa il Signore d’Ostia, qui presente; così, rimanendo sempre intatta la dignità della vostra preminenza, i frati potranno rivolgersi a lui in tempo di necessità, ed essere, con vantaggio, difesi e governati”.
Il Papa gradì una richiesta tanto santa, e subito prepose all’Ordine, secondo la domanda dell’uomo di Dio, il Signor Ugolino, allora vescovo d’Ostia. Il santo cardinale accettò con amore il gregge, che gli era stato affidato, lo allevò premurosamente, e ne fu insieme pastore ed alunno sino alla beata fine.
È a questa particolare sottomissione che si deve la prerogativa di amore e la sollecitudine, che, da sempre, la Chiesa Romana non cessa di testimoniare all’Ordine dei minori.

PARTE SECONDA - Introduzione
Tramandare le azioni gloriose degli antenati è segno d’onore verso di loro, ma è anche una prova di amore per i figli, che non li hanno conosciuti personalmente. Dal ricordo delle loro gesta sono indotti al bene e convinti a migliorarsi, mentre testimonianze indimenticabili rendono vivi ai loro occhi i padri ormai lontani nel tempo. Ne possiamo trarre anzitutto–frutto certamente non piccolo–la coscienza della nostra pochezza, quando mettiamo a confronto l’abbondanza dei loro meriti e la nostra miseria.
Ora io ritengo che Francesco sia stato come uno specchio santissimo della santità del Signore e immagine della sua perfezione. Tutte le sue parole ed azioni hanno per così dire, un profumo divino. Chi le esamina con diligenza e le segue umilmente, raggiunge ben presto a questa scuola di saggezza la sua altissima sapienza. Per questo motivo, dopo avere premesso, anche se con stile dimesso e quasi di corsa, alcuni episodi riguardanti la sua persona, ritengo non superfluo aggiungere fra tanti qualche altro cenno, per esaltare il Santo e risvegliare il nostro amore intorpidito.

LO SPIRITO DI PROFEZIA DEL BEATO FRANCESCO – CAPITOLO I
Il beato padre, come elevato al di sopra delle cose terrene, aveva assoggettato con potere meraviglioso tutto quanto esiste nel mondo. Tenendo fisso sempre l’occhio della intelligenza in quella somma luce, non solo conosceva per divina rivelazione ciò che doveva fare, ma prevedeva profeticamente molti fatti, penetrava i segreti dei cuori, conosceva ciò che avveniva lontano, prevedeva e narrava in anticipo il futuro. Alcuni esempi comprovano quanto affermiamo.

CAPITOLO II: SMASCHERA UN FRATE RITENUTO SANTO
Vi era un frate, all’apparenza di grande santità e di vita integerrima però molto singolare. Si dedicava continuamente alla preghiera, ed osservava con tanto rigore il silenzio che di solito si confessava non a voce, ma con gesti. Si infiammava alle parole della Scrittura e, dopo l’ascolto, dava segni di una meravigliosa dolcezza interiore. In breve, era stimato da tutti tre volte santo. Or avvenne che il beato padre un giorno si recò in quel luogo, vide il fratello e ascoltò quelli che lo proclamavano santo. E mentre tutti lo magnificavano ed esaltavano: “Basta, fratelli! — esclamò –. Non state a lodarmi delle finzioni diaboliche. Sappiate con certezza che è tentazione del demonio e perfido inganno. Ne sono certo e la prova più sicura è che non vuole confessarsi “.
I frati rimasero costernati e particolarmente il vicario del Santo. ” E come, andavano ripetendo, può essere che sotto tanti segni di perfezione vi sia una tale mistificazione?”. E il Padre di rimando: “Comandategli di confessarsi due o almeno una volta la settimana: se non lo farà, sappiate che ho detto il vero”.
Il vicario lo prese in disparte, dapprima scambiò con lui cordiali e liete parole e finalmente gli ordinò di confessarsi. Ma quegli rifiutò con sdegno, e ponendosi un dito sulla bocca fece capire col cenno del capo che in nessun modo si sarebbe confessato. I frati ammutolirono, temendo lo scandalo del falso santo. Poco tempo dopo uscì spontaneamente dall’Ordine, ritornò alla vita mondana ed al suo vomito, e infine, dopo innumerevoli peccati, morì senza pentimento.
Si deve sempre evitare la singolarità: non è altro che un bel precipizio. Lo dimostra chiaramente il caso di tanti, amanti della singolarità, che si innalzano al cielo e scendono in fondo all’abisso. Considera inoltre il valore di una confessione sincera, che non solo è fonte ma anche espressione di santità.

CAPITOLO III: CASO SIMILE CONTRO LA SINGOLARITÀ
Un fatto simile avvenne ad un altro frate, Tommaso da Spoleto. Tutti credevano fermamente e giuravano che fosse santo, ma il santo padre lo riteneva un uomo perverso; l’apostasia dimostrò alla fine la verità del suo giudizio. Non durò a lungo, perché non resiste molto una virtù basata sulla frode. Uscì dall’Ordine ed è morto fuori di esso: ora si è accorto della sua riprovevole condotta.

CAPITOLO IV: PREVEDE LA DISFATTA DEI CRISTIANI PRESSO DAMIATA
Al tempo in cui l’esercito cristiano stringeva d’assedio Damiata, era presente anche il Santo con alcuni compagni: avevano attraversato il mare desiderosi del martirio.
Un giorno avuta notizia che i nostri si disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: “Il Signore mi ha mostrato che, se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani. Ma se dico questo, sarò creduto pazzo; se taccio, mi rimorde la coscienza. Cosa ne pensi? “. “Padre,–rispose il compagno–, non dare importanza al giudizio degli uomini; del resto non sarebbe la prima volta oggi che sei giudicato pazzo. Libera la tua coscienza e abbi timore di Dio piuttosto che degli uomini”.
Allora il Santo balza fuori e per il loro bene scongiura i cristiani a non dar battaglia, e minaccia la disfatta. Ma essi presero a scherzo ciò che era verità, indurirono il loro cuore e rifiutarono ogni avvertimento. Si avanza, si attacca, si combatte e si passa al contrattacco da parte dei nemici. Durante la battaglia il Santo con l’animo sospeso invita il compagno ad alzarsi e ad osservare; e poiché non vede nulla una prima ed una seconda volta, glielo ordina per la terza volta. Ed ecco: tutto l’esercito cristiano è in fuga, mettendo fine alla guerra non col trionfo, ma con la vergogna. I nostri subirono tale disfatta da perdere seimila uomini tra morti e prigionieri.
Il Santo era vinto dalla compassione, né minore era il loro pentimento per l’accaduto. Soprattutto compiangeva gli Spagnoli, che vedeva ridotti a ben pochi a causa del loro maggiore slancio nel combattere.
Riflettano bene a ciò tutti i principi di questo mondo e sappiano che non è facile combattere contro Dio, cioè contro la volontà divina. L’ostinazione di solito porta a funesta rovina, perché confidando nelle proprie forze non merita l’aiuto celeste. Se infatti si deve sperare la vittoria dall’alto bisogna pure attaccare battaglia solo dietro ispirazione divina.

CAPITOLO V: SCOPRE I PENSIERI SEGRETI Dl UN FRATE
Il Santo ritornava dai paesi d’Oltremare con un compagno, Leonardo d’Assisi. Sentendosi stanco morto dal viaggio, montò momentaneamente su un asino. Il compagno che seguiva a piedi e non era meno stanco, cominciò a borbottare tra sé, preso da un certo risentimento umano: “Non giocavano certo a pari e caffo i genitori di costui ed i miei. Ecco, lui va a cavallo ed io, a piedi, gli guido l’asino”.
Mentre rimuginava questi pensieri, il Santo balzò da cavallo: “No, non è giusto, fratello–gli dice–che io vada a cavallo e tu a piedi, perché nel mondo sei stato più nobile e importante di me “.
Il frate rimase di stucco e arrossì sentendosi scoperto dal Santo. Cadde ai suoi piedi: tra lacrime abbondanti gli espose tutto il suo pensiero e chiese perdono.

CAPITOLO VI: VEDE UN DIAVOLO SULLA SCHIENA Dl UN FRATE. SUO ATTEGGIAMENTO CONTRO CHI SI ALLONTANA DALL” UNITÀ DEI FRATELLI
Vi era un altro frate assai stimato dagli uomini, ma ancora più ricco di grazia presso Dio. Invidioso dei suoi meriti, il padre di ogni invidia pensò di tagliare alle radici l’albero, che sembrava ormai toccare il cielo e strappargli di mano la corona. Gli gira attorno, lo turba, scuote e vaglia le sue attitudini per trovare un inciampo adatto al frate. Gli immette così nell’animo il desiderio di isolarsi sotto pretesto di maggiore perfezione, affinché cada più facilmente quando gli piomberà addosso, e trovandosi solo non abbia chi lo sollevi nella caduta.
In breve, si stacca dalla vita religiosa dei fratelli, e se ne va per il mondo forestiero e pellegrino. Dall’abito che portava ricavò una piccola tonaca, col cappuccio non cucito, e così se ne andava errabondo, disprezzando in tutto se stesso. Ma mentre andava vagando in questo modo, presto vennero meno le consolazioni divine, ed egli si trovò agitato da tentazioni tempestose: le acque gli arrivavano sino al collo e, desolato nello spirito e nel corpo, era come un uccello che si precipita nella rete. Già come sull’orlo di una voragine, stava per precipitare nel baratro, quando la Provvidenza paternamente ebbe compassione di lui e rivolse il suo sguardo amoroso all’infelice. Ammaestrato dalla tribolazione, rientrò finalmente in se stesso e disse: “Ritorna, o misero, alla tua vita religiosa, perché lì è la tua salvezza “. E senza indugiare un istante, si alzò e si avviò in fretta al grembo materno.
Quando giunse a Siena, tra quei frati c’era anche Francesco. Ma –cosa incredibile! –appena il Santo lo scorse, si allontanò per rinchiudersi con passo frettoloso nella sua cella. I frati si domandavano turbati il motivo di tale comportamento. E il Santo disse loro: “Perché vi meravigliate della mia fuga, se non ne comprendete il motivo? Io ho fatto ricorso alla preghiera per salvare il fratello smarrito. Ho visto nel mio figlio qualcosa che molto giustamente mi dispiacque. Ma ormai per grazia del mio Cristo ogni inganno è svanito”.
Il frate si inginocchiò e con rossore confessò la sua colpa. Gli disse il Santo: “Ti perdoni il Signore; ma in futuro guardati di non separarti mai più, col pretesto della santificazione, dal tuo Ordine e dai fratelli”. Da quel giorno il frate prese ad amare l’Istituto e la fraternità, preferendo soprattutto quelle comunità in cui era in vigore maggiormente la regolare osservanza.
Oh, quali meraviglie compie il Signore nel consesso e nella comunità dei giusti! In essa chi è tentato trova aiuto chi cade viene rialzato, il tiepido viene stimolato. In essa il ferro si aguzza col ferro ed il fratello, con l’aiuto del fratello diviene saldo come una roccaforte. Inoltre, se è vero che la folla del mondo è di ostacolo a vedere Gesù, è anche certo che non lo impedisce affatto il coro celeste degli angeli. Soltanto non fuggire: sii fedele sino alla morte e riceverai la corona della vita.

ALTRO CASO SIMILE
Qualche tempo dopo avvenne un fatto non molto diverso. Un altro frate non voleva ubbidire al vicario del Santo, ma seguiva come suo superiore un confratello. Il Santo, che era presente, lo ammonì per mezzo di una terza persona, ed egli si gettò ai piedi del vicario e, lasciato il maestro che si era scelto, promise obbedienza a colui che il Santo gli assegnò come superiore. Francesco trasse un profondo sospiro, e rivolto al compagno, che aveva mandato per avvisarlo: “Ho visto, fratello–gli disse–sul dorso del frate disobbediente un diavolo che lo stringeva al collo. Sottomesso e tenuto a briglia da un tale cavaliere, dopo aver scosso il morso dell’obbedienza, si lasciava guidare dalla sua volontà e capriccio. Ma quando ho pregato il Signore per lui, subito il demonio si è allontanato confuso”.
Tanto penetrante era lo sguardo di questo uomo, che pur avendo occhi deboli per le cose materiali, li aveva perspicaci per quanto riguarda lo spirito.
E quale meraviglia che venga oppresso da una ignobile soma chi rifiuta di portare il Signore della gloria? Non c’è, dico, altra scelta: o portare un peso leggero, dal quale piuttosto tu stesso sarai portato, oppure essere schiavo della iniquità, che ti aderisce al collo come una macina da asino, più pesante di una massa di piombo.

CAPITOLO VII: LIBERA GLI ABITANTI DI GRECCIO DAI LUPI E DALLA GRANDINE
Il Santo si fermava volentieri nell’eremo di Greccio, sia perché lo vedeva ricco di povertà, sia perché da una celletta appartata, costruita sulla roccia prominente, poteva dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti. È proprio questo il luogo, dove qualche tempo prima aveva celebrato il Natale del Bambino di Betlemme, facendosi bambino col Bambino.
Ora, gli abitanti del luogo erano colpiti da diversi mali: torme di lupi rapaci attaccavano bestiame e uomini, e inoltre, la grandine stroncava ogni anno messi e viti. Un giorno Francesco, mentre predicava, disse: “A gloria e lode di Dio Onnipotente, ascoltate la verità che vi annunzio. Se ciascuno di voi confesserà i suoi peccati e farà degni frutti di penitenza, vi do la mia parola che questo flagello si allontanerà definitivamente ed il Signore, guardando a voi con amore, vi arricchirà di beni temporali. Ma — continuò — ascoltate anche questo: vi avverto pure che se, ingrati dei benefici, ritornerete al vomito, si risveglierà la piaga, raddoppierà la pena e la sua ira infierirà su di voi più crudelmente di prima “.
Da quel momento, per i meriti e le preghiere del padre santo, cessarono le calamità, svanirono i pericoli, e i lupi e la tempesta non recarono più molestia. Anzi, ciò che più meraviglia, quando la grandine batteva i campi dei vicini e si appressava al loro confine, o cessava lì o si dirigeva altrove.
Ma nella tranquillità crebbero di numero e si arricchirono troppo di beni materiali. Ed il benessere portò le conseguenze solite: affondarono il volto nel grasso e furono accecati dalla pinguedine o meglio dallo sterco della ricchezza. E così, ricaduti in colpe maggiori, si dimenticarono di Dio che li aveva salvati. Ma non impunemente, perché il giusto castigo del Signore colpisce meno severamente chi cade nel peccato una volta di chi è recidivo. Si risvegliò contro di essi il furore di Dio ed ai flagelli di prima si aggiunse la guerra e venne dal cielo una epidemia che fece innumerevoli vittime. Da ultimo, un incendio vendicatore distrusse tutto il borgo.
È ben giusto che chi volge la schiena ai benefici, vada in perdizione.

CAPITOLO VIII: MENTRE PREDICA AGLI ABITANTI Dl PERUGIA, PREDICE LA GUERRA CIVILE. LODE DELLA CONCORDIA
Alcuni giorni dopo il Padre scese dalla cella suddetta e rivolto ai frati presenti disse con voce di pianto: “I Perugini hanno arrecato molto danno ai loro vicini ed il loro cuore si è insuperbito, ma per loro ignominia. Perché si avvicina la vendetta di Dio e questi ha già in pugno la spada”. Attese alcuni giorni, poi in fervore di spirito si diresse verso Perugia. I frati poterono dedurre con tutta sicurezza che aveva avuto in cella una visione. Giunto a Perugia, cominciò a parlare al popolo che si era dato convegno. E poiché i cavalieri impedivano l’ascolto della parola di Dio, giostrando, secondo l’uso ed esibendosi in spettacoli d’arme, il Santo, molto addolorato, li apostrofò: “O uomini miseri e stolti, che non riflettete e non temete la punizione di Dio! Ma ascoltate ciò che il Signore vi annunzia per mezzo di questo poverello. Il Signore vi ha innalzati al di sopra di quanti abitano attorno, e per questo dovreste essere più benevoli verso il prossimo e più riconoscenti a Dio. E invece, ingrati per tanto beneficio, assalite con le armi in pugno i vicini, li uccidete e li saccheggiate. Ebbene, vi dico: non la passerete liscia! Il Signore a vostra maggiore punizione vi porterà a rovina con una guerra fratricida, che vedrà sollevarsi gli uni contro gli altri. Sarete istruiti dallo sdegno giacché nulla avete imparato dalla benevolenza”.
Poco tempo dopo scoppia la contesa: si impugnano le armi contro i vicini di casa, i popolani infieriscono contro i cavalieri e questi, a loro volta, contro il popolo: furono tali l’atrocità e la strage, che ne provarono compassione anche i confinanti, che pure erano stati danneggiati.
Castigo ben meritato! Si erano allontanati da Dio Uno e Sommo: era inevitabile che neppure tra loro rimanesse l’unità. Non vi può essere per uno Stato un legame più forte di un amore convinto a Dio, unito ad una fede sincera e senza ipocrisie.

CAPITOLO IX: PREDICE AD UNA DONNA LA CONVERSIONE DEL MARITO
Mentre il servo di Dio si recava alle Celle di Cortona, una nobildonna di Volusiano gli andò incontro in tutta fretta. Dopo lungo cammino, finalmente lo raggiunse ansimante, perché era persona molto delicata e gracile. Quando il padre santissimo la vide così sfinita e trafelata, ne ebbe compassione e le chiese: ” Cosa desideri, donna? “. ” Padre, che tu mi benedica “. E il Santo: ” Sei sposata o no? “.
“Padre,–rispose–ho un marito molto crudele, che mi è di ostacolo nel servire Gesù Cristo. È questo il mio vero tormento: a causa sua non posso mantenere i buoni propositi che il Signore mi ispira. Perciò ti chiedo, o Santo di pregare per lui, affinché Dio nella sua misericordia gli muti il cuore “.
Il Padre rimase ammirato della donna dotata di un animo virile e così piena di senno pur essendo di giovane età. E le rispose molto commosso: “Va, figlia benedetta, e sappi che tuo marito in futuro ti sarà di consolazione “. E aggiunse: ” Gli dirai da parte di Dio e mia, che ora è tempo di salvezza, ma più tardi di giustizia “. E la benedisse. La donna se ne tornò a casa ed incontrato il marito riferì quanto le era stato ordinato. Lo Spirito Santo scese improvvisamente su di lui, e trasformatolo da vecchio in uomo nuovo, lo indusse a rispondere con tutta dolcezza: “Donna, serviamo il Signore e salviamo le nostre anime qui nella nostra casa “.
“A me pare-soggiunse la moglie-che dovremmo porre come fondamento, per così dire, nella nostra anima la continenza, e poi edificarvi sopra le altre virtù″
“Sì, piace anche a me, come precisamente a te”, concluse il marito.
Vissero molti anni in castità, e poi passarono da questa vita beatamente nello stesso giorno, uno come olocausto del mattino e l’altro sacrificio della sera.
Donna invidiabile, che ha piegato così il marito alla vera vita! Si avvera in lei il detto dell’Apostolo: il marito non credente si salva per mezzo della moglie credente. Ma queste donne, come dice un proverbio assai comune, oggi si possono contare sulle dita.

CAPITOLO X: IL SANTO CONOSCE IN SPIRITO CHE UN FRATE HA SCANDALIZZATO UN CONFRATELLO E NE PREDICE L’ USCITA DALL” ORDINE
Una volta giunsero due frati dalla Terra di Lavoro ed il più anziano era stato spesso di scandalo all’altro. Non era, veramente, un compagno ma un tiranno Il più giovane però sopportava tutto con mirabile silenzio per amor di Dio.
Giunti ad Assisi, il più giovane si recò da Francesco, perché gli era familiare. Il Santo, tra l’altro, gli chiese: “Come si è comportato verso di te il tuo compagno in questo viaggio?”. “Abbastanza bene in tutto, rispose il frate “. E il Santo di rimando: ” Guardati, fratello, dal mentire sotto pretesto di umiltà. Perché so come si è comportato verso di te; ma aspetta un poco e vedrai”.
Il frate si meravigliò moltissimo che in spirito fosse venuto a conoscere fatti accaduti a tanta distanza. Non molto tempo dopo, il frate che aveva dato scandalo al compagno, lasciò la vita religiosa e se ne uscì.
Senza dubbio è segno di animo perverso e chiaro indizio di poco buon senso viaggiare assieme ad un buon compagno e non essere dello stesso sentimento.

CAPITOLO XI: CONOSCE CHE UN GIOVANE CHIEDE Dl ENTRARE NELL’ ORDINE SENZA VOCAZIONE DIVINA
Nello stesso tempo venne ad Assisi un giovane della nobiltà di Lucca desideroso di entrare nell’Ordine. Presentato a Francesco, in ginocchio implorava a calde lacrime che lo accettasse. Ma, osservandolo attentamente, l’uomo di Dio conobbe per illuminazione del Signore che non era mosso dallo spirito: “Uomo miserabile e carnale, — gli disse il Santo–, perché pensi di poter mentire allo Spirito Santo e a me? Tu piangi lacrime carnali e il tuo cuore non è con Dio. Vai pure, perché non c’è niente di spirituale in te “.
Aveva appena terminato queste parole, quando annunziarono che alla porta stavano i suoi genitori, giunti per riprendere il figlio e riportarlo a casa. Ed egli, uscito loro incontro, se ne ritornò volontariamente. I frati rimasero meravigliati e glorificavano Dio nel suo servo.

CAPITOLO XII: PREDICE AD UN ECCLESIASTICO DA LUI GUARITO CASTIGHI PEGGIORI SE RICADRÀ NEL PECCATO
Nel tempo in cui il santo padre giaceva ammalato nel palazzo del vescovo di Rieti, era pure costretto in un letto, perché infermo e attanagliato dai dolori, un canonico, di nome Gedeone, uomo sensuale e mondano. Fattosi portare da Francesco, lo scongiurò con lacrime a voler fare su di lui il segno della croce.
Rispose il Santo: “Come posso benedirti se da gran tempo sei vissuto secondo i desideri della carne e senza timore del giudizio di Dio?”. E continuò: “Ecco, io ti segno nel nome di Cristo. Ma tu ricordati che subirai pene maggiori se, una volta guarito, ritornerai al tuo vomito”. E concluse: “Il peccato della ingratitudine riceve sempre castighi più gravi “.
Tracciato su di lui un segno di croce, subito l’ammalato, che giaceva fino a quel momento rattrappito, si alzò sano, ed esclamò esultante: ” Eccomi guarito! “. Molti sono testimoni che le ossa della sua schiena scricchiolarono, come i legni secchi quando sono spezzati a mano. Ma passato poco tempo, dimenticatosi di Dio, si abbandonò di nuovo alla sensualità. Una sera si trovava a cena da un canonico suo collega e si fermò quella notte a casa di lui. All’improvviso crollò su tutti il tetto della casa; ma, mentre gli altri scamparono alla morte, lui solo, lo sventurato, fu schiacciato sotto il peso delle macerie e morì.
E non è meraviglia se, come aveva predetto il Santo, fu colpito da un castigo più grave del primo: perché si deve essere grati per il perdono ricevuto, e offende doppiamente la ricaduta nel peccato.

CAPITOLO XIII: LA TENTAZIONE DI UN FRATE
Durante la permanenza del Santo nello stesso luogo, un frate della custodia della Marsica–uomo di spirito–, era provato da gravi tentazioni. “Oh–pensò in cuor suo–se avessi con me qualcosa di Francesco, anche solo un pezzettino delle sue unghie, credo che di certo svanirebbe tutta questa burrasca di tentazioni e ritornerebbe, con l’aiuto di Dio, il sereno “.
Ottenuto il permesso, si reca al luogo ove era Francesco ed espone il motivo ad uno dei compagni del Padre. “Non credo–gli risponde–che mi sarà possibile darti un ritaglio delle sue unghie, perché quando gliele tagliamo, comanda di buttarle via e di non conservare nulla”. Proprio in quel momento chiamano il frate e gli dicono di recarsi dal Santo, che lo desiderava: ” Figlio mio,–gli dice — cerca le forbici per tagliarmi subito le unghie “. Quello presentò lo strumento che teneva già in mano a questo scopo e, raccogliendo i ritagli avanzati, li consegnò al frate, che li aveva chiesti. Questi li prese con devozione, li conservò ancor più devotamente, e subito fu liberato da ogni tentazione.

CAPITOLO XIV: UN UOMO OFFRE LA STOFFA CHE IL SANTO AVEVA CHIESTO AL SUO GUARDIANO IN PRECEDENZA
Trovandosi nello stesso luogo, vestito di una tonachetta consunta, il Padre dei poveri disse ad uno dei compagni, che aveva scelto come suo guardiano: “Vorrei, fratello, se ti fosse possibile, che tu mi trovassi la stoffa sufficiente per una tonaca”.
A questa domanda, il frate ripensò più volte come provvedere la stoffa tanto necessaria e chiesta così umilmente. Il mattino dopo, sul fare dell’alba, si avvia alla porta diretto alla città per comperare la stoffa, ed ecco un uomo seduto sulla soglia e che fa cenno di parlargli e gli dice: “Accetta da me per amore di Dio questa stoffa per sei tonache: una tienila per te, e distribuisci le altre come meglio ti piace, per la salvezza dell’anima mia “. Tutto contento il frate ritornò da Francesco e gli parlò di quell’offerta venuta dal cielo. “Accetta pure le tonache, — rispose il Padre — perché è stato inviato proprio a questo scopo, per soccorrere in tale modo la mia necessità “. E concluse: “Sia ringraziato Colui che non sembra pensare ad altri che a noi “.

CAPITOLO XV: INVITA IL SUO MEDICO A PRANZO MENTRE I FRATI SONO SPROVVISTI DI TUTTO E IL SIGNORE PROVVEDE ABBONDANTEMENTE AL NECESSARIO. LA PROVVIDENZA DI DIO VERSO I SUOI
Trovandosi Francesco in un eremo presso Rieti , era visitato ogni giorno dal medico per la cura degli occhi.
Una volta il Santo disse ai compagni: ” Invitate il medico e preparategli un buon pranzo “.
“Padre,–rispose il guardiano–te lo diciamo con rossore, ci vergogniamo ad invitarlo, tanto siamo poveri in questo momento”.
“Volete forse che ve lo ripeta? ” insistette il Santo.
Il medico era presente e intervenne: “Io, fratelli carissimi, stimerò delizia la vostra penuria “.
I frati in tutta fretta dispongono sulla tavola quanto c’è in dispensa: un po’ di pane, non molto vino e per rendere più sontuoso il pranzo, la cucina manda un po’ di legumi. Ma la mensa del Signore nel frattempo si muove a compassione della mensa dei servi. Bussano alla porta e corrono ad aprire: c’è una donna che porge un canestro pieno zeppo di bel pane, di pesci e di pasticci di gamberi, e sopra abbondanza di miele ed uva.
A tale vista i poveri commensali sfavillarono di gioia, e messa da parte per il giorno dopo quella miseria, mangiarono di quei cibi prelibati. Il medico commosso esclamò: ” Né noi secolari e neppure voi frati conoscete veramente la santità di questo uomo”. E si sarebbero di certo pienamente sfamati, ma più che il cibo li aveva saziati il miracolo.
Così l’occhio amoroso del Padre non disprezza mai i suoi, anzi assiste con più generosa provvidenza chi è più bisognoso. Il povero si pasce ad una mensa più ricca di quella del re, quanto Dio supera in generosità l’uomo.

LIBERA FRATE RICCERIO DA UNA TENTAZIONE
Un frate di nome Riccerio, nobile di costumi quanto di nascita, aveva tanta stima dei meriti di Francesco da credere che uno avrebbe meritato la grazia divina, se avesse goduto della benevolenza del Santo, in caso contrario, sarebbe andato incontro all’ira di Dio. Per questo aspirava ardentemente ad acquistarsi la sua amicizia, ma temeva grandemente che il Santo trovasse in lui qualcosa di vizioso, anche se nascosto, e che ciò lo allontanasse ancor più dalla sua grazia. Questo timore lo torturava di continuo né riusciva a manifestarlo ad alcuno. Ma un giorno, turbato come sempre, si avvicinò alla cella nella quale Francesco stava in preghiera. Conoscendo nello stesso tempo il suo arrivo ed il suo stato d’animo, l’uomo di Dio lo chiamò a sé e gli disse con benevolenza: ” Nessun timore, nessuna tentazione ti turbi mai più, figlio mio, perché mi sei carissimo. E fra quanti mi sono più cari, ti amo di un amore particolare. Vieni a me senza timore, quando ti piace, e da me riparti con tutta libertà a tuo piacimento”.
Il frate restò pieno di meraviglia e di gioia alle parole del Santo e da allora in poi sicuro del suo affetto, crebbe anche, come era suo convincimento, nella grazia del Salvatore.

CAPITOLO XVI: ESCE DALLA CELLA PER BENEDIRE DUE FRATI AVENDONE CONOSCIUTO IL DESIDERIO PER DIVINA ISPIRAZIONE
San Francesco era solito passare l’intera giornata in una cella isolata e non ritornava tra i frati se non quando urgeva la necessità del mangiare. Non andava però nemmeno allora ad ore fisse, perché il desiderio prepotente della contemplazione lo assorbiva assai spesso completamente.
Un giorno arrivarono da lontano all’eremo di Greccio due frati di vita santa e gradita a Dio: volevano unicamente vedere il Santo e riceverne la benedizione lungamente desiderata. Essendo giunti e non trovandolo, perché si era già ritirato dal luogo comune nella sua cella, furono presi da grande tristezza. E poiché si prevedeva una lunga attesa non sapendo con certezza quando sarebbe uscito, presero la via del ritorno afflitti, attribuendo ciò alle loro colpe. I compagni del Santo li accompagnavano, cercando di alleviare la loro tristezza. Quando furono lontani un tiro di sasso, all’improvviso si udi alle loro spalle il Santo che chiamava ad alta voce, e poi disse ad uno dei compagni: ” Di’ ai miei frati che sono venuti qui, di guardare verso di me “. I frati si voltarono verso di lui, ed egli tracciando un segno di croce li benedisse con grandissimo affetto.
Ed essi tanto più contenti quanto più vantaggiosamente avevano raggiunto l’intento per mezzo di un miracolo, ritornarono a casa lodando e benedicendo il Signore.

CAPITOLO XVII: CON LA PREGHIERA FA SCATURIRE ACQUA DA UNA ROCCIA PER DISSETARE UN CONTADINO
Francesco voleva un giorno recarsi ad un eremo per dedicarsi più liberamente alla contemplazione; ma, poiché era assai debole, ottenne da un povero contadino di poter usare del suo asino.
Si era d’estate, ed il campagnolo che seguiva il Santo arrampicandosi per sentieri di montagna, era stanco morto per l’asprezza e la lunghezza del viaggio. Ad un tratto, prima di giungere all’eremo, si sentì venir meno riarso dalla sete. Si mise a gridare dietro al Santo, supplicandolo di avere misericordia di lui, perché senza il conforto di un po’ d’acqua sarebbe certamente morto.
Il Santo, sempre compassionevole verso gli afflitti, balzò dall’asino, e inginocchiato a terra alzò le mani al cielo e non cessò di pregare fino a quando si sentì esaudito. “Su, in fretta–gridò al contadino–là troverai acqua viva, che Cristo misericordioso ha fatto scaturire ora dalla roccia per dissetarti “.
Mirabile compiacenza di Dio, che si piega così facilmente ai suoi servi! L’uomo bevve l’acqua scaturita dalla roccia per merito di chi pregava e si dissetò alla durissima selce. Non vi era mai stato in quel luogo un corso d’acqua, né si trovò dopo, per quante ricerche siano state fatte.
Quale meraviglia, se un uomo ripieno di Spirito Santo riunisce in sé le opere mirabili di tutti i giusti? Non è certo cosa straordinaria, se ripete azioni simili a quelle di altri Santi chi ha il dono di essere unito a Cristo per una grazia particolare.

CAPITOLO XVIII: IL SANTO NUTRE ALCUNI UCCELLINI ED UNO DI ESSI MUORE PER LA SUA INGORDIGIA
Un giorno Francesco era seduto a mensa con i frati, quando entrarono due uccellini, maschio e femmina, che poi ritornarono ogni giorno per beccare a piacimento le briciole dalla tavola del Santo, preoccupati di nutrire i loro piccoli. Il Santo ne è lieto, li accarezza come sempre e dà loro a bella posta la razione di cibo quotidiano. Ma un giorno, padre e madre presentano i loro figlioletti ai frati, essendo come stati allevati a loro spese e, affidandoli alle loro cure, non si fanno più vedere. I piccoli familiarizzano con i frati, si posano sulle loro mani e si aggirano in casa non come ospiti, ma di famiglia. Evitano le persone secolari, perché si sentono allievi solamente dei frati. Il Santo osserva stupito ed invita i frati a gioirne: “Vedete–dice– cosa hanno fatto i nostri fratelli pettirossi, come se fossero intelligenti? Ci hanno detto:–Ecco, frati, vi presentiamo i nostri piccoli, cresciuti con le vostre briciole. Disponete di loro come vi piace: noi andiamo ad altro focolare–”.
Così avendo presa piena dimestichezza coi frati, prendevano tutti insieme il cibo. Ma l’ingordigia ruppe la concordia, perché il maggiore cominciò con superbia a perseguitare i più piccoli. Si saziava egli a volontà e poi scacciava gli altri dal cibo. “Guardate–disse il Padre–questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte”. La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d’acqua per bere, e subito vi morì annegato. Non si trovò gatto o bestia, che osasse toccare il volatile maledetto dal Santo.
È veramente un male che desta orrore l’egoismo degli uomini, se persino negli uccelli viene punito in questo modo. Ed è pure da temersi la condanna dei Santi, poiché le tiene dietro con tanta facilità il castigo.

CAPITOLO XIX: SI REALIZZA COMPLETAMENTE QUANTO AVEVA PREDETTO DI FRATE BERNARDO
In altra occasione fece questa predizione di frate Bernardo, che era stato il secondo ad entrare nell’Ordine: “Vi dico che per mettere alla prova frate Bernardo sono stati designati demoni molto scaltri e peggiori degli altri spiriti. Ma quantunque cerchino in tutti i modi di fare precipitare l’ astro dal cielo, ben diversa sarà la conclusione. Subirà certo tribolazione, tentazioni ed afflizioni, ma alla fine riporterà vittoria di tutto”. Aggiunse ancora: “Presso a morire, svanita ogni burrasca e vinta ormai ogni tentazione, fruirà di una pace e di una tranquillità meravigliosa. E terminato il suo corso, passerà felicemente a Cristo “.
In realtà avvenne così: vari miracoli resero celebre la sua morte e si avverò in pieno la parola del Santo. Per questo, i frati alla sua morte confessarono: “Davvero, noi non abbiamo conosciuto questo fratello, mentre viveva “.
Ma lasciamo ad altri il compito di tessere le lodi di questo Bernardo

CAPITOLO XX: UN FRATE TENTATO DESIDERA UN AUTOGRAFO DEL SANTO
Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.
Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.
Un giorno Francesco lo chiama: ” Portami–gli dice– carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore “.
Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: ” Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte “.
Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.

CAPITOLO XXI: DONA ALLO STESSO FRATE LA SUA TONACA COME DESIDERAVA
Riguardo allo stesso frate è rimasto famoso un altro fatto mirabile del padre santo. Mentre infatti era ammalato nel palazzo episcopale di Assisi, detto frate pensò tra sé e sé: “Ecco che il Padre si avvicina alla morte, e come sarei contento se, una volta morto, potessi avere la tonaca del Padre mio!”.
Come se il desiderio del cuore si fosse espresso con la bocca, poco dopo Francesco lo chiama: “Ti do questa tonaca,–gli dice–prendila, da oggi è tua. Io la porterò finché vivo, ma alla mia morte deve passare a te “.
Meravigliato di tanta intuizione del Padre, il frate accettò finalmente consolato la tonaca, che più tardi fu portata in Francia per devozione.

CAPITOLO XXII: DI NOTTE DIETRO SUA RICHIESTA VIENE TROVATO UN PO’ DI PREZZEMOLO TRA ERBE SELVATICHE
Negli ultimi tempi della sua malattia, una notte chiese umilmente di mangiare del prezzemolo, provandone vivo desiderio. Ma il cuoco, che era stato invitato a portargliene, rispose che a quell’ora non avrebbe trovato nulla nell’orto: “Nei giorni passati — disse — di continuo ho raccolto una quantità di prezzemolo e tanto ne ho tagliato che riesco a mala pena a trovarne un filo in piena luce del giorno. Tanto più non riuscirò a riconoscerlo tra le altre erbe ora in piena notte”.
“Vai fratello,–gli rispose il Santo–non ti dispiaccia, e portami le prime erbe che toccherai con la tua mano”.
Andò il frate nell’orto e portò in casa un mazzo di erbe che aveva strappato a caso senza nulla vedere. I frati osservano quelle erbe selvatiche, le passano in rassegna con molta attenzione, ed ecco in mezzo, prezzemolo tenero e ricco di foglie.
Avendone mangiato un poco, il Santo provò molto conforto e rivolto ai frati: “Fratelli miei,–disse–obbedite al primo comando, senza aspettare che venga ripetuto. E non portate come pretesto la impossibilità, perché se da parte mia vi comandassi anche qualcosa al di sopra delle forze, l’obbedienza troverebbe la forza necessaria “.
Ecco fino a qual punto lo spirito profetico faceva risaltare in lui il dono dello spirito!

CAPITOLO XXIII: PREDICE UNA CARESTIA NEL TEMPO SUCCESSIVO ALLA SUA MORTE
Gli uomini santi a volte sono portati, per impulso dello Spirito Santo, a manifestare alcune cose che li riguardano, o perché la gloria di Dio esige che si riveli un colloquio o lo richiede il dovere della carità, a edificazione del prossimo.
Per questo, un giorno il beato padre riferì ad un frate, che amava moltissimo, queste parole, che proprio allora aveva riportate dal suo incontro personale intimo con la Maestà Divina: ” Ora–disse–vive sulla terra un servo di Dio, in vista del quale il Signore non permetterà che la fame infierisca sugli uomini, sino a quando vivrà“.
Non vi è nulla di vanità in questo, ma è il racconto santo che la carità ha suggerito a nostro bene con parole sante, modeste: quella carità, che non cerca il suo interesse.
E non poteva essere taciuto con un silenzio inutile la prerogativa di un così grande amore di Cristo per il suo servo.
Abbiamo infatti visto tutti coi nostri occhi come siano trascorsi nella pace e nella quiete i tempi, sino a quando è stato in vita il servo di Cristo e quale abbondanza vi sia stata di ogni bene. Non si pativa fame della parola di Dio, perché i predicatori erano allora soprattutto pieni di fervore ed i cuori di quanti ascoltavano erano graditi a Dio. Chi portava l’abito religioso rifulgeva per esempi di santità. L’ipocrisia dei sepolcri imbiancati non aveva ancora intaccato anime così sante, né quanti sanno mascherarsi avevano sparso col loro insegnamento tante novità e tante favole.
Giustamente quindi abbondavano i beni materiali, poiché tutti amavano così sinceramente quelli eterni.
Ma con la sua morte, si invertì completamente l’ordine delle cose e tutto mutò: ovunque guerre e sommosse e molti Stati furono subito devastati dall’infuriare di epidemie diverse. Anche l’orrore della carestia si diffuse in lungo e in largo, causando con la sua crudeltà, che supera tutti gli altri mali, numerosissimi morti. La necessità infatti mutò in cibo tutto in quel momento e veniva triturato dal dente dell’uomo anche ciò che i bruti solitamente rifiutavano. Si preparava infatti il pane con gusci di noci e corteccia d’albero. Qualcuno ha chiaramente ammesso che l’amore paterno sotto la spinta della fame non era rimasto afflitto, per usare un eufemismo, per la morte del figlio.
Ma affinché sia del tutto palese chi fosse quel servo fedele, per amore del quale la collera divina aveva trattenuto la sua mano, lo rivelò Francesco stesso. Pochi giorni dopo la sua morte, al frate al quale ancora in vita aveva predetto la calamità, manifestò in modo chiaro che era lui il servo di Dio.
Infatti una notte il frate nel sonno si sentì chiamare ad alta voce: “Fratello, è imminente la carestia, che il Signore non ha permesso che venisse sulla terra, finché io ero vivo”. Il frate si svegliò a quella voce e riferì più tardi l’accaduto. Tre notti dopo il Santo gli apparve nuovamente e gli ripeté la stessa cosa.

CAPITOLO XXIV: LA CHIAROVEGGENZA DEL SANTO E LA NOSTRA IGNORANZA
Nessuno deve meravigliarsi se questo profeta del nostro tempo si distingueva per tali privilegi: il suo intelletto, libero dalla nebbia densa delle cose terrene e non più soggetto alle lusinghe della carne, saliva leggero alle altezze celesti e si immergeva puro nella luce. Irradiato in tal modo dallo splendore della luce eterna, attingeva dalla Parola increata ciò che riecheggiava nelle parole. Oh, quanto siamo diversi oggi, noi che avvolti dalle tenebre ignoriamo anche le cose necessarie!
E quale la causa, se non perché siamo amici della carne ed anche noi ci imbrattiamo di mondanità? Se invece assieme alle mani, innalzassimo i nostri cuori al cielo, se stabilissimo la nostra dimora nei beni eterni, verremmo forse a conoscere ciò che ignoriamo: Dio e noi stessi.
Chi vive nel fango, vede necessariamente solo fango; mentre non è possibile che l’occhio fisso al cielo non comprenda le realtà celesti.

LA POVERTA’ – CAPITOLO XXV
Mentre si trovava in questa valle di lacrime, il beato padre disprezzava le povere ricchezze comuni ai figli degli uomini e aspirava di tutto cuore alla povertà, desiderando più alta gloria. E poiché osservava che la povertà, mentre era stata intima del Figlio di Dio, veniva pressoché rifiutata da tutto il mondo, bramò di sposarla con amore eterno. Perciò innamorato della sua bellezza, per aderire più fortemente alla sposa ed essere due in un solo spirito, non solo lasciò padre e madre, ma si distaccò da tutto. Da allora la strinse in casti amplessi e neppure per un istante accettò di non esserle sposo. Ripeteva ai suoi figli che questa è la via della perfezione, questo il pegno e la garanzia delle ricchezze eterne. Nessuno fu tanto avido di oro, quanto lui di povertà, né alcuno più preoccupato di custodire un tesoro, quanto lui la gemma evangelica. Il suo sguardo in questo si sentiva particolarmente offeso, se nei frati–o in casa o fuori– vedeva qualcosa di contrario alla povertà.
E in realtà, dall’inizio della sua vita religiosa sino alla morte, ebbe come sua ricchezza una tonaca sola, cingolo e calzoni: non ebbe altro. Il suo aspetto povero indicava chiaramente dove accumulasse le sue ricchezze. Per questo, lieto, sicuro, agile alla corsa, godeva di aver scambiato con un bene che valeva cento volte le ricchezze destinate a perire.

LA POVERTA’ DELLE CASE – CAPITOLO XXVI
Insegnava ai suoi a costruirsi piccole abitazioni e povere, di legno non di pietra, e cioè piccole capanne, di forma umile. Spesso, parlando della povertà, ricordava ai frati il detto evangelico: “Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio di Dio non ebbe dove posare il capo “.

CAPITOLO XXVII: COMINCIA A DEMOLIRE UNA CASA PRESSO LA PORZIUNCOLA
Una volta si doveva tenere il Capitolo presso Santa Maria della Porziuncola. Mentre era imminente il tempo fissato, il popolo di Assisi osservò che non vi era una abitazione adatta e, all’insaputa dell’uomo di Dio, assente in quel periodo, costruì una casa per il Capitolo, nel minor tempo possibile.
Quando il Padre ritornò, guardò con meraviglia quella casa e ne fu molto amareggiato e addolorato. Subito, per primo, si accinse ad abbatterla. Salì sul tetto e con mano vigorosa rovesciò lastre e tegole. Pure ai frati comandò di salire e di togliere del tutto quel mostro contrario alla povertà. Perché, diceva, qualunque cosa troppo vistosa fosse stata tollerata in quel luogo, ben presto si sarebbe diffusa per l’Ordine e sarebbe stata presa come esempio da tutti.
Ed avrebbe demolito dalle fondamenta la casa, se i soldati presenti non si fossero opposti al fervore del suo spirito, dichiarando che apparteneva non ai frati, ma al Comune.

CAPITOLO XXVIII: DA UNA CASA DI BOLOGNA  FA USCIRE ANCHE GLI INFERMI
Un’altra volta, stava tornando da Verona con l’intenzione di passare per Bologna, quando udi che vi era stata costruita una nuova casa dei frati. Poiché la voce diceva “casa dei frati”, egli cambiò direzione e passò altrove non andando a Bologna. Mandò poi a dire ai frati di uscire subito da quella casa. Per questo motivo, lasciato il luogo non vi rimasero neppure i malati, ma furono fatti uscire assieme agli altri.
Né fu dato permesso di ritornarvi sino a quando il Signor Ugolino, allora vescovo di Ostia e Legato in Lombardia, predicando proclamò davanti a tutti che la suddetta casa era sua. Ne è testimone e riferisce il fatto uno che trovandosi ammalato, fu in quella occasione allontanato dalla casa.

CAPITOLO XXIX: RIFIUTA DI ENTRARE IN UNA CELLA CHIAMATA CON IL SUO NOME
Non voleva che i frati abitassero in alcun luogo per quanto piccolo, se non constava con certezza chi ne fosse il proprietario. Infatti nei suoi figli pretese sempre la condizione di pellegrini, cioè che si raccogliessero sotto tetto altrui, passassero da un luogo all’altro pacificamente e sentissero nostalgia della patria. Avvenne che nell’eremo di Sarteano un frate chiedesse ad un confratello da dove venisse. “Dalla cella di frate Francesco”, rispose. Come l’udi, il Santo disse: “Poiché hai dato alla cella il nome di Francesco, facendola mia proprietà, cerca un altro che vi abiti, perché io non vi rimarrò più″. E continuò: ” Il Signore, quando rimase nel deserto, dove pregò e digiunò per quaranta giorni, non si fece costruire una cella né casa alcuna, ma dimorò sotto una roccia del monte. Noi lo possiamo seguire, secondo la forma prescritta, non possedendo nulla di proprio, quantunque non ci sia possibile vivere senza l’uso di abitazioni “.

44CAPITOLO XXX: LA POVERTÀ NELL’ ARREDAMENTO
Questo uomo non solo aborriva il lusso delle case, ma provava pure grande orrore per l’abbondanza e la ricercatezza delle suppellettili. Non vedeva di buon occhio nulla che sapesse di mondanità o nelle mense o nel vasellame. Tutto doveva proclamare quasi in canto il loro stato di esuli e di pellegrini.

CAPITOLO XXXI: LA MENSA PREPARATA A GRECCIO NEL GIORNO DI PASQUA. FRANCESCO SI PRESENTA COME PELLEGRINO SEGUENDO L’ ESEMPIO DI CRISTO
Un giorno di Pasqua, nell’eremo di Greccio i frati avevano preparata la mensa in modo più accurato del solito, con tovaglie bianche e bicchieri di vetro. Anche il Padre scende dalla cella per mangiare e vede la mensa rialzata da terra e preparata con inutile ricercatezza. Ma se la mensa ride, egli non sorride affatto. Di nascosto e adagio adagio ritrae il passo, si pone in testa il cappello di un povero, presente in quel momento, e con un bastone in mano se ne esce fuori. E alla porta aspetta che i frati comincino a mangiare, perché erano soliti non aspettarlo quando non giungeva al segnale fissato.
Hanno appena cominciato e quel vero povero si mette a gridare dalla porta: “Per amore del Signore Iddio, fate l’elemosina a questo pellegrino povero e ammalato”. “Entra pure qui, tu, per amore di colui che hai invocato”, gli rispondono i frati.
Entra subito e si presenta ai commensali. Quale stupore dovette destare il pellegrino in quei comodi cittadini!
Gli danno, a sua richiesta, una scodella ed egli, seduto solo per terra, la pone sulla cenere. “Ora sì,–esclama– sto seduto come un frate minore!” E rivolto ai frati: “Gli esempi della povertà del Figlio di Dio devono stimolare noi più degli altri religiosi. Ho visto una mensa preparata con ricercatezza ed ho pensato che non fosse quella di poveri che vanno di porta in porta “.
Il seguito del fatto dimostra come Francesco fu simile a quel pellegrino, che nello stesso giorno era solo in Gerusalemme, e nondimeno con le sue parole rese ardente il cuore dei discepoli.

CAPITOLO XXXII: CONTRO IL DESIDERIO SMODATO DEI LIBRI
Insegnava a cercare nei libri la testimonianza del Signore, non il valore materiale; l’edificazione non la bellezza. In ogni caso voleva che se ne avessero pochi e fossero sempre a disposizione dei frati che ne avessero bisogno. Un ministro gli chiese licenza di tenere alcuni libri lussuosi e molto costosi. Si sentì rispondere: “Per i tuoi libri non voglio perdere il libro del Vangelo, che ho promesso di osservare. Tu farai come vorrai, ma non voglio che stendi un tranello con il mio permesso “.

LA POVERTA’ NEI LETTI – CAPITOLOXXXIII: EPISODIO DEL SIGNORE D’ OSTIA E SUA LODE
Nei giacigli e nei letti abbondava così ricca povertà che se uno poteva avere qualche povero panno consunto sulla paglia, lo considerava un letto nuziale. Mentre si teneva il Capitolo a Santa Maria della Porziuncola, il Signor di Ostia con largo seguito di cavalieri e di ecclesiastici si recò là a fare visita ai frati. Al vedere come i frati dormivano per terra ed osservando i letti,–che avresti creduto covili di fiere–scoppiò in lacrime amare: ” Ecco, dove dormono i frati! ” esclamò di fronte a tutti, ed aggiunse: “Cosa sarà di noi miseri, che usiamo malamente di tante cose superflue?”.
Tutti i presenti, commossi sino alle lacrime, si allontanarono assai edificati.
Questi era il Signore d’Ostia, che fatto poi porta massima della Chiesa, si oppose sempre ai nemici, fino a che rese al cielo, come ostia santa, I’anima beata.
O cuore generoso, o viscere di carità! Posto in alto, si affliggeva di non avere alti meriti, mentre in realtà era più insigne per la virtù che per la dignità.

CAPITOLO XXXIV: COSA GLI ACCADDE UNA NOTTE PER UN GUANCIALE DI PIUME
Poiché abbiamo fatto cenno ai letti, viene a mente un altro episodio forse utile a ricordarsi.
Da quando convertito a Cristo aveva dimenticato volontariamente le cose terrene, il Santo non volle più coricarsi su un materasso, né avere sotto il capo un cuscino di piume. Né infermità né ospitalità offertagli da altri potevano infrangere questa barriera di severità.
Gli capitò però nell’eremo di Greccio, che, essendo ammalato agli occhi più del solito, fu costretto controvoglia a servirsi di un modesto cuscino. Durante la prima notte sul far del giorno, il Santo chiama il compagno e gli dice ” Fratello, non ho potuto dormire questa notte e neppure stare in piedi a pregare. Mi trema il capo, si piegano le ginocchia e mi sento scosso in tutto il corpo come se avessi mangiato pane di loglio. Credo–aggiunse–che vi sia il diavolo in questo cuscino che ho sotto il capo. Toglilo via, perché non voglio più avere il diavolo sotto la testa”.
Il frate cerca di consolare il Padre, che continua a lamentarsi sottovoce, e prende a volo il cuscino, che gli è stato gettato, per portarlo via. Sta per uscire, quando alI’improvviso perde la parola, ed è colto da tanto orrore e bloccato in tale modo che non riesce a muoversi dal luogo né ad articolare minimamente le braccia. Poco dopo fu chiamato dal Santo, che si era accorto del fatto: fu così liberato e, tornato indietro, raccontò quello che gli era accaduto. “Ieri sera–gli disse il Santo– mentre recitavo compieta, ho capito con tutta chiarezza che il diavolo stava per venire alla mia cella”. E aggiunse: “Il nostro nemico è molto astuto e di sottile ingegno: non potendo nuocere dentro all’anima, offre materia di malcontento almeno al corpo”.
Facciano bene attenzione quelli che dispongono cuscini da ogni lato, così da appoggiarsi sul soffice ovunque si rivoltino. Il diavolo segue volentieri la molta ricchezza, gode di stare vicino a letti di gran pregio, particolarmente quando non si è costretti da necessità e lo vieta l’ideale professato.
E al contrario l’antico serpente rifugge dall’uomo spoglio d’ogni cosa, sia perché sdegna la compagnia del povero, sia perché teme l’altezza della povertà. Se il frate riflette che sotto le piume c’è il diavolo, il suo capo sarà contento della paglia.

ESEMPI DI AVVERSIONE AL DENARO – CAPITOLO XXXV: SEVERA CORREZIONE AD UN FRATE CHE LO HA TOCCATO CON LE MANI
Francesco, sommamente innamorato di Dio, aveva un grande disprezzo per tutte le cose terrene, ma soprattutto detestava il denaro. Cominciò a disprezzarlo in modo tutto particolare fino dagli inizi della sua conversione e raccomandava ai seguaci di fuggirlo come il diavolo in persona. Aveva suggerito loro questo accorgimento, di fare lo stesso conto del denaro e dello sterco.
Un giorno entrò a pregare in Santa Maria della Porziuncola un secolare e depose la sua offerta in denaro presso la croce. Appena questi uscì, un frate la prese semplicemente con la mano e la gettò sul muretto della finestra. La cosa fu riferita al Santo, ed il frate vedendosi scoperto in fallo, corse per averne il perdono e si prostrò a terra in attesa della punizione. Il Santo lo accusò e rimproverò aspramente per avere toccato il denaro e gli comandò di togliere con la bocca la moneta dalla finestra e di deporla sempre con la bocca fuori casa, su sterco d’asino. Il frate eseguì volentieri l’ordine ed i presenti furono pieni di timore. Tutti impararono a disprezzare ancor più il denaro, che era stato paragonato così allo sterco, e venivano animati a questo atteggiamento ogni giorno da nuovi esempi.

CAPITOLO XXXVI: CASTIGO Dl UN FRATE CHE HA RACCOLTO DA TERRA DEL DENARO
Una volta due frati, camminando insieme giungono presso un ospedale dei lebbrosi. Sulla strada scorgono del denaro e si fermano discutendo cosa fare di quello sterco. Uno di essi, ridendosi degli scrupoli del fratello, vorrebbe raccoglierlo per offrirlo a quelli che servono, a pagamento, i lebbrosi. Ma glielo impedisce il compagno, col dirgli che è ingannato da falsa pietà. Ricorda pure al temerario la parola della Regola, dalla quale risulta abbastanza chiaro che il denaro trovato deve essere calpestato come polvere; ma quello, testardo di natura, rifiuta gli avvertimenti. Trascurando la Regola, si china e raccoglie la moneta. Ma non sfugge al castigo divino: sull’istante è reso muto, batte i denti e non riesce a dire una parola.
A questo modo il castigo mise in luce la sua insania, e quel superbo punito imparò ad obbedire alla legge del padre. Infine, gettato via quel puzzo disgustoso, le sue labbra impure si purificarono alle acque della penitenza e si aprirono alla lode.
Lo conferma il vecchio proverbio: Correggi lo stolto e ti sarà amico.

CAPITOLO XXXVII: RIMPROVERA UN FRATE CHE VORREBBE METTERE DA PARTE DEL DENARO CON IL PRETESTO DELLA NECESSITÀ
Il vicario del Santo, frate Pietro di Cattanio aveva osservato che a Santa Maria della Porziuncola arrivava un gran numero di frati forestieri e che le elemosine non erano così abbondanti da bastare alle necessità. Si rivolse allora a Francesco e gli disse: “Non so, fratello, cosa debba fare, perché non posso provvedere a sufficienza ai molti frati, che giungono qui a frotte da ogni parte. Permetti, ti prego, che si conservi parte dei beni dei novizi, che vengono all’Ordine, per farvi ricorso e spenderli al momento opportuno “.
“Fratello carissimo,–rispose il Santo–Dio ci liberi da una tale pietà, che per un uomo, chiunque sia, ci comportiamo in modo empio verso la Regola”.
E quello: ” Allora, cosa debbo fare? “.
“Spoglia–rispose–l’altare della Vergine e portane via i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo del Figlio suo e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e disprezzato il Figlio. Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito”.

CAPITOLO XXXVIII: DENARO MUTATO IN SERPENTE
Passava una volta l’uomo di Dio con un compagno attraverso la Puglia e, presso Bari, s’imbatté sulla strada in una gran borsa, chiamata fonda dai commercianti, gonfia di monete. Il compagno richiama l’attenzione del Santo e con insistenza vorrebbe indurlo a prendere da terra la borsa, per darne il denaro ai poveri. Esalta la pietà per i poveri e loda l’opera di misericordia che si compirebbe elargendo quella somma.
Il Santo si rifiuta assolutamente e afferma che è una astuzia del diavolo. “Non si deve, figlio,–dice–portare via ciò che è di altri. Donare la roba altrui non merita gloria, ma va punito perché è peccato”.
Si allontanano poi presi dalla fretta di terminare il viaggio iniziato. Ma il compagno, deluso nella sua pietà poco illuminata, non è contento e insiste nel proporre la trasgressione.
Il Santo accetta di ritornare sul luogo, non per fare quanto il frate desidera, ma per mostrare a quello stolto il mistero di Dio. Chiama un giovane, che era seduto sull’orlo di un pozzo lungo la strada, affinché sulla parola di due o tre testimoni si manifesti il segreto della Trinità. E ritornati tutti e tre alla fonda, la vedono rigonfia di denaro.
Il Santo ordina che nessuno si avvicini, per poter manifestare con la preghiera l’astuzia del demonio e, portatosi a un tiro di sasso, si immerge in devota preghiera. Poi ritornato ordina al compagno di sollevare la borsa, che in seguito al suo pregare racchiudeva un serpente in vece del denaro.
Il frate trema sconcertato, e preso non so da quale presentimento, rivolge nell’animo pensieri ben diversi da prima. Ma infine, allontanando ogni dubbiosità del cuore per rispetto alla santa obbedienza, afferra la borsa. Ed ecco, un grosso serpente sguscia dalla borsa e rende palese al frate l’inganno diabolico. Concluse il Santo: “Il denaro, o fratello, per i servi di Dio non è altro che il diavolo ed un serpente velenoso”.

LA POVERTA’ DEI VESTITI – CAPITOLO XXXIX: IL SANTO RIMPROVERA CON LA PAROLA E L’ ESEMPIO CHI SI VESTE CON RAFFINATA DELICATEZZA
Rivestito di virtù dall’alto, Francesco era interiormente caldo di fuoco divino, più di quanto lo fosse all’esterno per il vestito del corpo. Detestava chi nell’Ordine indossava molte vesti ed usava senza necessità indumenti delicati. Asseriva inoltre che dà segno di spirito estinto colui che accampa la necessità, mosso non dalla ragione ma dai sensi.
“Quando lo spirito — diceva — si intiepidisce e si raffredda gradatamente, è inevitabile che la carne ed il sangue cerchino ciò che è loro proprio. Cosa rimane infatti quando l’anima non trova più i suoi piaceri, se non che la carne si rivolga ai suoi? Allora l’istinto naturale maschera il momento della necessità e la mentalità carnale forma la coscienza”.
E aggiungeva: ” Ammettiamo pure che un mio frate si trovi in vera necessità, che lo colpisca un qualsiasi bisogno: quale ricompensa ne avrà, se cerca in tutta fretta di soddisfarli e di allontanarli da sé? Gli è capitata un’occasione di merito, ma ha dimostrato bellamente di non gradirla “. Con queste e simili parole inchiodava quelli che erano intolleranti delle ristrettezze, perché il non sopportarle pazientemente non vuole dire altro che desiderare nuovamente l’Egitto. Inoltre non voleva che per alcun motivo i frati avessero più di due tonache, che tuttavia permetteva di rinforzare cucendovi pezze.
Comandava di avere in orrore gli indumenti delicati e rimproverava in modo durissimo, davanti a tutti, quanti venivano meno. E per confondere questi tali col suo esempio, cucì del sacco ruvido sulla propria tonaca; anche in morte chiese che la tonaca per le esequie fosse ricoperta di sacco grossolano.
Tuttavia ai frati stretti da malattia o altra necessità, permetteva che portassero sotto, aderente alla pelle, una tonaca morbida, in modo però che all’esterno l’abito si conservasse sempre ruvido e vile.
Diceva infatti: “Tanto si mitigherà il rigore e trionferà la tiepidezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare abiti di scarlatto, mutandone solo il colore”. Ne deriva che non è a te, o Padre, che mentiamo noi figli degeneri, ma la nostra iniquità mente piuttosto a se stessa. Ecco infatti, che diventa più chiara della luce e cresce ogni giorno più.

CAPITOLO XL: CHI SI ALLONTANA DALLA POVERTA’, SARÀ PUNITO DALLA MISERIA
A volte il Santo era solito anche ripetere: “Quanto i frati si allontaneranno dalla povertà, altrettanto il mondo si allontanerà da loro, e cercheranno, ma non troveranno. Ma se rimarranno abbracciati alla mia signora povertà, il mondo li nutrirà, perché sono stati dati al mondo per la sua salvezza”.
E ancora: “Vi è un patto tra il mondo ed i frati: i frati si obbligano a dare al mondo il buon esempio, ed il mondo a provvedere alle loro necessità. Se, rompendo i patti, i frati ritireranno da parte loro il buon esempio, il mondo per giusto castigo ritrarrà la mano”.
Per riguardo alla povertà, l’uomo di Dio aveva paura del gran numero di frati, perché se non in realtà, almeno in apparenza anche ciò è segno di ricchezza. Perciò diceva: “Oh, potesse venire, dico, venga il giorno in cui il mondo vedendo i frati minori assai di raro, ne abbia stima per il loro piccolo numero!”.
Stretto da un legame indissolubile a madonna Povertà, non mirava alla sua dote presente, ma a quella futura.
Cantava pure con più fervido affetto e gaudio più lieto i salmi che magnificano la povertà, come quello che dice: La speranza dei poveri non sarà delusa in eterno, e l’altro: Vedano i poveri e si rallegrino.

DEL CHIEDERE L’ELEMOSINA – CAPITOLO XLI: ELOGIO DEL CHIEDERE L’ ELEMOSINA
Il Padre usava molto più volentieri delle elemosine raccolte di porta in porta che di quelle fatte spontaneamente. Diceva che vergognarsi di mendicare è contrario alla salvezza, mentre ribadiva, nel mendicare è santa la vergogna che non ritrae il piede. Per lui era meritevole di lode il rossore, che spunta su un volto sensibile, ma non altrettanto l’imbarazzo che confonde. A volte esortando i suoi a domandare la carità, usava queste parole: “Andate, perché in questo ultimo tempo i frati minori sono stati dati al mondo, affinché gli eletti compiano verso di essi azioni degne di essere premiate dal Giudice: Ciò che avete fatto ad uno di questi miei fratelli minori l’avete fatto a me. Per questo diceva che il suo ordine aveva ricevuto un singolare privilegio dal Grande Profeta, che ne aveva indicato così chiaramente il nome.
E pertanto voleva che i frati abitassero non solo nelle città, ma anche negli eremi, affinché tutti vi trovassero occasione di merito e fosse tolta ai malvagi ogni apparenza di scusa.

CAPITOLO XLII: ESEMPIO DEL SANTO NEL CHIEDERE L’ ELEMOSINA
Per non offendere neppure una volta quella santa sposa, il servo del Dio altissimo si comportava solitamente così: se, invitato da persone facoltose, prevedeva di essere onorato con mense piuttosto copiose, prima andava elemosinando alle case vicine tozzi di pane e poi, così ricco di povertà, correva a sedersi a tavola.
A chi gli chiedeva perché facesse così, rispondeva che per un feudo di un’ora, non voleva lasciare una eredità stabile. ” È la povertà–diceva–che ci ha fatti eredi e re del regno dei cieli, non le vostre false ricchezze “.

CAPITOLO XLIII: COME SI COMPORTÒ IN CASA DEL SIGNOR D’ OSTIA E SUA RISPOSTA AL VESCOVO
Un giorno Francesco fece visita al papa Gregorio, di veneranda memoria, quando era ancora di dignità inferiore. Avvicinandosi l’ora del pranzo, andò ad elemosinare e, di ritorno, dispose sulla tavola del vescovo frustoli di pane nero.
Il vescovo, quando li vide, sentì piuttosto vergogna, soprattutto a causa dei nuovi invitati. Il Padre con volto lieto distribuì ai cavalieri e ai cappellani commensali i tozzi di pane: tutti li accettarono con particolare devozione, e alcuni di essi ne mangiarono, altri li conservarono per riverenza. Finito il pranzo, alzatosi, il vescovo chiamò nella sua stanza l’uomo di Dio, e protendendo le braccia, lo strinse amorosamente: “Fratello mio,–gli disse–perché nella casa che è tua e dei tuoi fratelli, mi hai fatto il torto di andare per l’elemosina?”.
“Anzi,–rispose il Santo–vi ho reso onore, onorando un Signore più grande. Perché Dio si compiace della povertà, e soprattutto della mendicità volontaria. Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobilità seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi “. E aggiunse: “Trovo maggiori delizie in una mensa povera preparata con piccole elemosine, che in una ricca dove a mala pena si conta il numero delle portate”.
Il vescovo ne rimase moltissimo edificato e disse al Santo: “Figlio, fa pure ciò che ti sembra bene, perché il Signore è con te “.

CAPITOLO XLIV: ESORTA CON L’ ESEMPIO E LA PAROLA A CHIEDERE L’ ELEMOSINA
Da principio, sia per allenare se stesso alla mortificazione sia per indulgenza verso la ritrosia dei frati, spesso andava per l’elemosina lui solo. Ma una volta, vedendo che molti non sentivano l’esigenza della loro vocazione, disse: “Carissimi fratelli, il Figlio di Dio era più nobile di noi, eppure per noi si è fatto povero in questo mondo. Per suo amore abbiamo scelto la via della povertà: non dobbiamo sentirci umiliati di andare per l’elemosina. Non è mai decoroso per gli eredi del regno arrossire della caparra della eredità celeste. Vi dico che molti nobili e sapienti si uniranno alla nostra congregazione e si sentiranno onorati di chiedere l’elemosina. Pertanto voi, che ne siete la primizia, gioite ed esultate, e non rifiutate di compiere ciò che trasmetterete da fare a quei santi.

CAPITOLO XLV: RIMPROVERO AD UN FRATE CHE RIFIUTAVA DI MENDICARE
Francesco ripeteva spesso che il vero frate minore non dovrebbe lasciar passare molto tempo, senza andare per l’elemosina. “E quanto è più nobile–diceva–un mio figlio, tanto più sia pronto ad andare, perché in tale modo accumula meriti “.
Vi era in un luogo un certo frate che non si prestava per la questua, ma valeva per quattro a tavola. Notando il Santo che era amico del ventre, partecipe del frutto, ma non della fatica, un giorno lo riprese così: “Va’ per la tua strada, frate mosca, perché vuoi mangiare il sudore dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nell’opera di Dio. Ti rassomigli a frate fuco, che lascia lavorare le api, ma vuole essere il primo a mangiare il miele “.
Quell’uomo carnale, vedendosi scoperto nella sua voracità, ritornò al mondo, che non aveva ancora abbandonato. Uscì dalla Religione e chi non aveva contato niente per la questua, non contò più nulla come frate. Chi valeva molti a tavola, finì per essere un pluridemonio.

CAPITOLO XLVI: VA INCONTRO AD UN FRATE CHE PORTA L’ ELEMOSINA E GLI BACIA LA SPALLA
Un’altra volta un frate se ne tornava con l’elemosina da Assisi alla Porziuncola. Giunto nelle vicinanze del luogo, cominciò a cantare e a lodare Iddio ad alta voce. Appena lo udi il Santo balzò in piedi, corse fuori e, baciata la spalla dei frate, si caricò la bisaccia sulle proprie spalle, ed esclamò: “Sia benedetto il mio fratello, che va prontamente, questua con umiltà e ritorna pieno di gioia “.

CAPITOLO XLVII: INDUCE ALCUNI CAVALIERI A CHIEDERE L’ ELEMOSINA
Mentre Francesco, pieno di malattie e quasi prossimo a morire, si trovava nel luogo di Nocera, il popolo di Assisi mandò una solenne deputazione a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell’uomo di Dio. I cavalieri, che lo trasportavano a cavallo con molta devozione raggiunsero la poverissima borgata di Satriano, proprio quando la fame e l’ora facevano sentire il bisogno di cibo. Ma per quanto cercassero, non trovarono nulla da comprare. Allora i cavalieri tornarono da Francesco e gli dissero: “È necessario che tu ci dia parte delle tue elemosine, perché qui non riusciamo a trovare nulla da comprare “.
“Per questo motivo voi non trovate,–rispose il Santo –perché confidate più nelle vostre mosche che in Dio “. Chiamava evidentemente mosche i denari. “Ma — continuò–ripassate dalle case dove siete già stati e chiedete umilmente l’elemosina, offrendo in luogo dei denari l’amore di Dio! Non vergognatevi, perché dopo il peccato viene concesso tutto in elemosina e quel grande Elemosiniere dona largamente e con bontà a tutti, degni e indegni”.
Deposta la vergogna, i cavalieri andarono subito a chiedere la carità, e trovarono da comprare assai più “per amore di Dio” che col denaro. Tutti offrirono a gara, con volto lieto, e non dominò più la fame, dove prevalse la ricca povertà.

CAPITOLO XLVIII: AD ALESSANDRIA UN PEZZO Dl CAPPONE VIENE CAMBIATO IN PESCI
Nella questua cercava più il vantaggio delle anime di chi donava, che un aiuto materiale alla carne e voleva essere di esempio agli altri sia nel dare che nel ricevere.
Mentre si recava a predicare ad Alessandria di Lombardia, fu ospitato devotamente da un uomo timorato di Dio e di lodevole fama, che lo pregò di mangiare, secondo quanto prescrive il Vangelo, di tutto quello che gli fosse posto davanti. Ed egli acconsentì volentieri, vinto dalla gentilezza dell’ospite.
Questi corre in tutta fretta e prepara con ogni cura all’uomo di Dio un cappone di sette anni. Mentre il patriarca dei poveri è seduto a mensa e tutta la famiglia è in festa, improvvisamente si presenta alla porta un figlio di Belial, che si fingeva mancante del necessario, ma era povero soprattutto della grazia. Nel chiedere l’elemosina, mette avanti l’amore di Dio e con voce pietosa domanda di essere aiutato in nome di Dio.
Appena il Santo ode il nome benedetto al di sopra di tutte le cose e per lui dolce più del miele, prende molto volentieri una coscia del pollo che gli era stato servito e, messala su un pane, la manda al mendicante. Ma, per dirla in breve, quel disgraziato mette via ciò che gli è stato donato per poter screditare il Santo.
Il giorno dopo il Santo, come era solito, predica la parola di Dio al popolo, che si è radunato. All’improvviso quello scellerato manda un grido, mentre cerca di mostrare a tutto il popolo il pezzo di cappone. ” Ecco–strilla –che uomo è questo Francesco che vi predica e che voi onorate come santo: guardate la carne che mi ha data ieri sera, mentre mangiava “.
Tutti danno sulla voce a quel briccone e lo insultano come indemoniato, perché in realtà sembrava a tutti essere pesce, ciò che lui sosteneva fosse invece una coscia di cappone. Infine anche quel miserabile, stupito del miracolo, fu costretto ad ammettere che avevano ragione. Il disgraziato ne sentì vergogna, e pentito espiò una colpa così palese: davanti a tutti chiese perdono al Santo, manifestando l’intenzione perversa avuta. Anche la carne riprese il suo aspetto, dopo che il falso accusatore si fu ricreduto.

QUELLI CHE RINUNZIANO AL MONDO – CAPITOLO XLIX: IL SANTO RIMPROVERA UN TALE CHE HA DISTRIBUITO I SUOI BENI NON Al POVERI MA AI PARENTI
A chi voleva entrare nell’Ordine il Santo insegnava a ripudiare anzitutto il mondo, offrendo a Dio prima i beni esterni, poi a fare il dono interiore di se stessi. Non ammetteva all’Ordine se non chi si era spogliato di ogni avere, senza ritenere nulla assolutamente, sia per la parola del santo Vangelo, sia perché non fosse di scandalo il peculio personale.
Un giorno, dopo una predica del Santo nella Marca di Ancona, si presentò uno, che gli chiese umilmente di entrare nell’Ordine. “Se ti vuoi unire ai poveri di Dio– gli rispose Francesco–distribuisci prima i tuoi beni ai poveri del mondo”. A queste parole quegli se ne andò e, guidato da amore carnale, distribuì i suoi averi ai parenti, niente ai poveri. Ritornato ed avendo riferito al Santo la sua generosa munificenza: “Va per la tua strada, frate mosca,–gli disse con ironia il Padre–perché non sei ancora uscito dalla tua casa e dalla tua parentela. Ai tuoi consanguinei hai dato i tuoi beni, ed hai defraudato i poveri: non sei degno dei poveri servi di Dio. Hai cominciato dalla carne ed hai posto un fondamento rovinoso per un edificio spirituale”.
Se ne ritornò quell’uomo carnale ai parenti e riprese i suoi beni, perché non avendo voluto lasciarli ai poveri, aveva ben presto abbandonato il suo proposito di perfezione. Quanti oggi si ingannano con questa messinscena della distribuzione dei loro beni e vogliono dare inizio ad una vita di perfezione con un comportamento così mondano! Infatti nessuno si consacra a Dio per arricchire i suoi parenti, ma per riscattare i suoi peccati col prezzo della misericordia, e così acquistare la vita eterna col frutto di opere buone.
Inoltre insegnava spesso che “se i frati si trovavano in necessità ” dovevano ricorrere ad estranei piuttosto che ai postulanti, anzitutto per l’esempio, poi per evitare ogni specie di turpe interesse.

CAPITOLO L: UNA VISIONE RELATIVA ALLA POVERTÀ
Piace qui riportare una visione del Santo, degna di essere ricordata.
Una notte, terminata finalmente una lunga preghiera, si assopì a poco a poco e si addormentò.
Quell’anima santa viene introdotta nel santuario di Dio, e vede in sogno, tra l’altro, una donna di questo aspetto: la testa sembrava d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di cristallo e le gambe di ferro. Era alta di statura, di complessione snella e armoniosa. Ma la donna, nonostante fosse di bella presenza, indossava uno squallido mantello.
Al mattino, alzatosi, il Padre espose la visione a frate Pacifico, uomo santo, senza spiegarne il significato. Molti l’hanno interpretato a loro piacimento. Ma non credo che sia fuori luogo tenere l’interpretazione suggerita dallo Spirito Santo al predetto Pacifico, durante il racconto stesso.
“Questa donna di bella presenza–spiegò–è l’anima bella di san Francesco. La testa d’oro significa la contemplazione e la conoscenza delle verità eterne; il petto e le braccia d’argento sono le parole del Signore che meditava nel suo cuore e concretizzava nelle opere. Il cristallo rigido e trasparente indica rispettivamente la sua sobrietà e castità; il ferro la sua tenace perseveranza. Infine il povero mantello significa lo spregevole e minuscolo corpo, che riveste la sua anima preziosa “.
Tuttavia molti altri, che hanno lo spirito di Dio, per questa donna intendono la povertà, in quanto sposa del Padre “Questa-affermano-l’ha resa d’oro il premio della gloria, d’argento la divulgazione della fama, cristallina la professione di vivere senza denaro in perfetta coerenza dentro e fuori, di ferro la perseveranza finale. Ma a questa nobile donna hanno intessuto uno straccio di mantello gli uomini con la loro mentalità carnale
Altri, in numero maggiore, applicano questa visione all’Ordine, seguendo la successione dei periodi secondo l’uso di Daniele.
Ma che si riferisca al Padre è evidente soprattutto dal fatto che non volle assolutamente interpretarla, per non peccare di vanagloria. Mentre se andasse riferita all’Ordine, non l’avrebbe passata sotto silenzio.

LA COMPASSIONE DI SAN FRANCESCO VERSO I POVERI – CAPITOLO LI: PROVA COMPASSIONE E INVIDIA PER I PIÙ POVERI Dl LUI
Chi potrebbe esprimere la compassione di questo uomo verso i poveri? Era certamente di cuore buono per natura, ma lo divenne doppiamente per la carità che gli venne data dall’alto. Perciò l’animo di Francesco si struggeva davanti ai poveri, e quando non poteva porgere la mano, donava almeno il suo affetto.
Qualunque fosse il bisogno e qualsivoglia necessità vedeva in altri, rivolgendo l’animo con rapida riflessione, li riferiva a Cristo. Così in tutti i poveri riconosceva il Figlio della Madonna povera e portava nudo nel cuore Colui, che lei aveva portato nudo tra le braccia.
Anzi, mentre aveva allontanato da sé ogni invidia, non poté rimaner privo della sola invidia della povertà. Se vedeva qualcuno più povero di lui, ne provava subito un sentimento di gelosia, e cimentandosi in una gara di povertà, temeva di essere superato a suo confronto.
Una volta, mentre andava predicando, incontrò sulla strada un povero. Osservando la sua nudità, si rivolse addolorato al compagno: “La miseria di questo uomo ci fa grande vergogna e rimprovera sommamente la nostra povertà “.
“Perché, fratello?” chiese il compagno.
E il Santo con accento triste: “Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà; ma ecco che rifulge maggiormente in costui. Non sai tu che si è sparsa per tutto il mondo la fama che noi siamo i più poveri per amore di Cristo? Ma questo povero ci convince che le cose non stanno così”.
O invidia, quale non si è mai vista! O emulazione, che i figli dovrebbero emulare! Questa non è l’invidia che si affligge dei beni altrui o che si rabbuia ai raggi del sole. Non è quella che si contrappone alla pietà e si torce per il livore. O forse tu pensi che la povertà evangelica non abbia nulla che susciti invidia? Essa ha Cristo, e per mezzo di lui ha il tutto in tutte le cose. Perché allora sei così avido di rendite, o ecclesiastico dei nostri giorni? Domani riconoscerai che Francesco è stato ricco, quando nella tua mano troverai le rendite dei tormenti.

CAPITOLO LII: CORREGGE UN FRATE CHE SPARLA DI UN POVERO
85. Un altro giorno della sua predicazione, un poveretto, per di più infermo era al luogo dov’era Francesco. Questi sentendo compassione per la duplice disgrazia, cioè miseria e malattia, cominciò a parlare col compagno della povertà.
Era già passato, nei riguardi del sofferente, dalla commiserazione all’affetto del cuore, quando il compagno lo interruppe: “Sì, fratello, è povero, ma forse in tutta la provincia non c’è nessuno più ricco di desideri”.
Il Santo lo rimproverò lì su due piedi e ingiunse al compagno che stava confessandogli la sua colpa: “Su, presto: togliti la tonaca, inginocchiati ai piedi del povero e accusa apertamente la tua colpa. E non soltanto gli chiederai perdono, ma in più insisterai che preghi per te!”.
Il frate obbedì e quando ritornò, dopo aver compiuto la sua penitenza, il Santo gli disse: “Quando vedi un povero, fratello, ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera. Allo stesso modo nei malati devi considerare quali infermità si è addossato per noi! “.
Veramente, Francesco portava sempre sul cuore quel mazzetto di mirra, sempre fissava il volto del suo Cristo, sempre rimaneva a contatto dell’Uomo dei dolori, che conosce tutte le sofferenze!

CAPITOLO LIII: REGALA  IL MANTELLO AD UNA VECCHIERELLA PRESSO CELANO
Un inverno a Celano Francesco portava addosso. avvolto come un mantello, un panno che gli aveva prestato un amico dei frati, di Tivoli.
Mentre alloggiava nel palazzo del vescovo dei Marsi, s’imbatté in una vecchierella, che chiedeva l’elemosina. Slacciò subito il pezzo di stoffa dal collo e, quantunque appartenesse ad altri, lo donò alla povera vecchierella, dicendo: “Va’, fatti un vestito, ché ne hai veramente bisogno”. La vecchietta, piena di stupore,–non so se per timore o per la grande gioia–prende dalle sue mani il panno e si allontana il più velocemente che può, lo taglia subito con le forbici per evitare, che ritardando, abbia a doverlo restituire. Ma, visto che il pezzo di stoffa, una volta tagliato, non basta a confezionare un vestito, fatta coraggiosa dalla benevolenza sperimentata poco prima, ritorna dal Santo e gli espone come la stoffa è insufficiente. Questi allora si rivolge al compagno, che ne ha indosso altrettanto, e gli dice: “Senti, fratello, quello che dice questa vecchierella? Sopportiamo il freddo per amore di Dio e dona a questa poveretta il tuo panno perché possa terminare il suo vestito”. Come l’aveva dato lui, lo donò anche il compagno ed ambedue rimasero spogli, per rivestire la vecchietta.

CAPITOLO LIV: DONA IL MANTELLO AD UN ALTRO POVERO
In altra circostanza, mentre ritornava da Siena, si imbatté in un povero. Il Santo disse al compagno: “Fratello, dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l’abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero”.
Il compagno, che aveva in mente il bisogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all’altro trascurando se stesso.
“Io non voglio essere ladro–rispose il Santo–e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso”. L’altro cedette, ed egli donò il mantello.

CAPITOLO LV: ALTRO FATTO SIMILE
Un fatto simile accadde alle Celle di Cortona. Francesco aveva indosso un mantello nuovo, che i frati avevano procurato proprio per lui, quando giunse un povero, che piangeva la morte della moglie e la famiglia lasciata nella miseria.
“Ti dò questo mantello per amore di Dio–gli disse il Santo–a condizione che non lo ceda a nessuno, se non te lo pagherà profumatamente “.
Corsero immediatamente i frati per prendersi il mantello e impedire che fosse dato via. Ma il povero, reso ardito dallo sguardo del Santo, si mise a difenderlo con mani ed unghie come suo. Alla fine, i frati riscattarono il mantello ed il povero se ne andò con il prezzo ricevuto.

CAPITOLO LVI: REGALA IL MANTELLO AD UNO PERCHÉ NON ABBIA PIÙ’ IN ODIO IL SUO PADRONE
Una volta il Santo incontrò un povero a Colle, nella campagna di Perugia. L’aveva già conosciuto quando era ancora nel mondo, e gli disse: “Fratello, come stai?”. Ma quello, con l’animo pieno di livore, si mise a scagliare maledizioni contro il suo padrone, che gli aveva tolti i suoi averi: “Sto proprio male, grazie al mio padrone: che il Signore Onnipotente lo maledica! “.
Francesco sentì pietà più per la sua anima che per il suo corpo, perché mostrava di covare un odio mortale e gli disse: ” Fratello, perdona per amore di Dio al tuo padrone: salverai la tua anima e può darsi che ti restituisca il maltolto. Altrimenti hai perduto i tuoi beni e perderai anche l’anima”
“Non gli posso assolutamente perdonare, — rispose l’altro — se prima lui non mi restituisce quanto mi ha preso”.
Francesco aveva indosso un mantello. ” Ecco,–gli propose–, ti dò questo mantello e ti prego di perdonare al tuo padrone, per amore del Signore Dio “. Raddolcito e mosso da quella bontà, prese il dono e perdonò i torti del padrone.

CAPITOLO LVII: REGALA AD UN POVERO UN LEMBO DELLA SUA VESTE
Un giorno un povero gli chiese l’elemosina ed egli, non avendo niente per le mani, scucì un lembo della tonaca e lo regalò al povero.
Altre volte, allo stesso fine, si tolse perfino i calzoni. Tanta era la tenera compassione che provava per i poveri e tanto l’affetto che lo spingeva a seguire le orme di Cristo povero.

CAPITOLO LVIII: FA DARE ALLA MADRE DI DUE FRATI, PERCHÉ POVERA, LA PRIMA COPIA DEL NUOVO TESTAMENTO CHE EBBE L’ ORDINE
Un’altra volta venne dal Santo la madre di due frati, a chiedere fiduciosamente l’elemosina. Provandone vivo dolore, il Padre si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattanio: “Possiamo dare qualcosa in elemosina a nostra madre?”. Perché chiamava madre sua e di tutti i frati la madre di qualsiasi religioso. Gli rispose frate Pietro: “In casa non c’è niente da poterle dare”. “Abbiamo solo–aggiunse –un Nuovo Testamento, che ci serve per le letture a mattutino, essendo noi senza breviario”.
Gli rispose Francesco: ” Dà alla nostra madre il Nuovo Testamento: lo venda secondo la sua necessità, perché è proprio lui che ci insegna ad aiutare i poveri. Ritengo per certo che sarà più gradito al Signore l’atto di carità che la lettura “.
Così fu regalato il libro alla donna e fu alienato per questa santa carità il primo Testamento che ebbe l’Ordine.

CAPITOLO LIX: DONA IL MANTELLO AD UNA POVERA DONNA MALATA D’ OCCHI
Mentre san Francesco si trovava nel vescovado di Rieti per curarsi gli occhi, una povera donna di Machilone venne dal medico, perché anche lei aveva una malattia simile a quella del Santo. Questi, parlando familiarmente al suo guardiano, cominciò a poco a poco a persuaderlo all’incirca così:”Frate guardiano, dobbiamo restituire ciò che è di altri “.
“Certo, padre, se abbiamo qualcosa che non sia nostro “.
“Restituiamo–continuò–questo mantello, che abbiamo ricevuto in prestito da quella poveretta, perché non ha nulla in borsa per le sue spese”.
” Ma — obbiettò il guardiano — questo mantello è mio e non lo ho avuto in prestito da nessuno. usalo finché vorrai, e quando non lo vuoi più usare, rendilo a me “. E in realtà il guardiano l’aveva comprato poco prima, perché era necessario a san Francesco.
“Frate guardiano, — continuò il Santo — tu mi sei sempre stato cortese: ti prego, mostra ora la tua cortesia “.
“Ebbene padre, –concluse il guardiano–fa come vuoi, come ti suggerisce lo Spirito”.
Francesco chiamò allora un secolare molto affezionato e gli disse: “Prendi questo mantello e dodici pani, va’ da quella donna poverella e dille così: Il povero, al quale hai imprestato il mantello, ti ringrazia, ma ora riprendi ciò che è tuo “.
Quello andò e riferì come gli era stato ordinato. La donna pensò che si volesse deriderla e gli rispose arrossendo: “Lasciami in pace col tuo mantello! Non capisco di che cosa parli “.
L’altro insistette e gli lasciò tutto nelle mani. E la donna convinta che non c’era inganno, per timore che le venisse tolta una fortuna così impensata, si alzò nottetempo e, senza pensare alla cura degli occhi, se ne ritornò a casa col mantello.

CAPITOLO LX: GLI APPAIONO TRE DONNE LUNGO LA STRADA E SCOMPAIONO DOPO AVERLO SALUTATO IN UN MODO NUOVO
Riferirò in breve un fatto mirabile, di interpretazione dubbia, ma quanto a verità certissimo.
Francesco, il povero di Cristo, mentre da Rieti era diretto a Siena per la cura degli occhi stava attraversando la pianura presso Rocca Campiglia, in compagnia di un medico affezionato all’Ordine.
Ed ecco apparire lungo la strada al passaggio del Santo tre povere donne. Erano tanto simili di statura, di età, di aspetto, che le avresti dette tre copie modellate su un unico stampo. Quando Francesco fu vicino, esse, chinando il capo con riverenza gli rivolsero questo singolare saluto: ” Ben venga, signora povertà “. Il Santo si riempì subito di gaudio indicibile, perché non c’era per lui saluto più gradito di quello che esse gli avevano rivolto.
Pensando dapprima che le donne fossero realmente povere, si rivolse al medico che l’accompagnava: “Ti prego, per amore di Dio, fa’ in modo che possa dare qualcosa a quelle poverette”. Quello prontissimo trasse fuori la borsa e, balzato di sella, diede a ciascuna alcune monete.
Proseguirono quindi un poco per la strada intrapresa, quando tutto ad un tratto volgendo attorno lo sguardo, frate e medico, non videro ombra di donne in tutta la pianura. Altamente stupiti aggiunsero anche questo fatto alle meraviglie del Signore, perché evidentemente non potevano essere donne, quelle che erano volate via più rapide degli uccelli.

L’AMORE DI SAN FRANCESCO ALLA PREGHIERA – CAPITOLO LXI: IL TEMPO, IL LUOGO ED IL FERVORE DELLA SUA PREGHIERA
Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel corpo lontano dal Signore, cercava di raggiungere con lo spirito il cielo e, fatto ormai concittadino degli Angeli, ne era separato unicamente dalla parete della carne. L’anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito.
Delle meraviglie della sua preghiera diremo solo qualche tratto, per quanto abbiamo visto con i nostri occhi ed è possibile esporre ad orecchio umano, perché siano d’esempio ai posteri.
Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. E se a volte urgevano visite di secolari o altre faccende, le troncava più che terminarle, per rifugiarsi di nuovo nella contemplazione. Perché a lui, che si cibava della dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo, e le delizie divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi grossolani degli uomini.
Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta.
Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto.
Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore.
Questo il suo comportamento in casa. Quando invece pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente.
Ma di quanta dolcezza sarà stato inondato, abituato come era a questi trasporti? Soltanto lui lo sa, io non posso che ammirarlo. Solo chi ne ha esperienza, lo può sapere; ma è negato a chi non l’esperimenta. Quando il suo spirito era nel pieno del fervore, egli con tutto l’esteriore e con tutta l’anima completamente in deliquio si ritrovava già nella perfettissima patria del regno dei cieli.
Il Padre era solito non trascurare negligentemente alcuna visita dello Spirito: quando gli si presentava, l’accoglieva e fruiva della dolcezza che gli era stata data, fino a quando il Signore lo permetteva. Così, se avvertiva gradatamente alcuni tocchi della grazia mentre era stretto da impegni o in viaggio, gustava quella dolcissima manna a varie e frequenti riprese. Anche per via si fermava, lasciando che i compagni andassero avanti, per godere della nuova visita dello Spirito e non ricevere invano la grazia.

CAPITOLO LXII: CELEBRAZIONE DEVOTA DELLE ORE CANONICHE
Recitava le ore canoniche con riverenza pari alla devozione. E quantunque fosse malato d’occhi, di stomaco, di milza e di fegato, non voleva appoggiarsi durante la salmeggiatura a muro o parete, ma assolveva l’obbligo delle ore sempre in piedi e senza cappuccio, senza guardare attorno e senza interruzioni.
Quando camminava a piedi, si fermava sempre per recitare le ore; se era a cavallo, scendeva a terra.
Un giorno ritornava da Roma sotto una pioggia incessante: discese dal cavallo per dire l’Ufficio e fermatosi ritto in piedi per lungo tempo, si bagnò tutto.
Ripeteva: ” Se il corpo mangia tranquillo il suo cibo, destinato ad essere con lui pasto di vermi, con quanta pace e tranquillità l’anima deve prendere il suo cibo, che è il suo Dio! “.

CAPITOLO LXIII: NELLA PREGHIERA ALLONTANA LE DISTRAZIONI
Credeva di peccare gravemente, se mentre pregava era turbato da vani fantasmi. Quando ciò capitava, ricorreva alla confessione per accusarsene subito. L’aveva resa così abituale questa premura, che molto raramente era tormentato da questo genere di mosche.
Durante una quaresima, aveva fatto un piccolo vaso, per utilizzare i ritagli di tempo e non perderne neppure uno. Ma un giorno, mentre recitava devotamente Terza, gli capitò di fermare per caso gli occhi su quel vaso, e si accorse che l’uomo interiore era stato ostacolato nel fervore. Afflitto perché la voce del cuore diretta all’orecchio divino aveva subìto una interruzione, finita Terza, disse ai frati presenti: ” Ah, lavoro inutile che ha avuto tanto potere di me da deviare a sé il mio spirito! Lo sacrificherò al Signore, perché ha impedito il sacrificio diretto a lui “.
Detto ciò, afferrò il vaso e lo gettò nel fuoco, dicendo: ” Vergogniamoci di lasciarci distrarre da fantasie inutili quando nel tempo della preghiera parliamo col Gran Re “.

CAPITOLO LXIV: UN’ ESTASI
Spesso rimaneva assorto preso da tanta dolcezza di contemplazione, che rapito fuori di sé, non faceva capire a nessuno ciò che esperimentava di sovrumano. Tuttavia anche da un solo fatto, che una volta avvenne in pubblico, possiamo dedurre con quale frequenza dovesse essere profondamente immerso nella dolcezza celeste.
Un giorno doveva attraversare sul dorso di un asino Borgo San Sepolcro, e poiché aveva fissato di riposare in un lebbrosario, molti vennero a sapere del passaggio dell’uomo di Dio. Accorrono da ogni parte, uomini e donne, desiderosi di vederlo e di toccarlo con la devozione consueta. E che dire? Lo toccano e lo scuotono, gli tagliano pezzi dell’abito per conservarli. Ma Francesco sembra insensibile a tutto e niente avverte, come un morto, di ciò che avviene. Lo conducono finalmente al luogo fissato, e dopo aver lasciato alle spalle Borgo da un pezzo, come se provenisse da altro luogo, quel contemplatore delle cose celesti chiese preoccupato quando sarebbero giunti a Borgo

CAPITOLO LXV: SUO CONTEGNO DOPO LA PREGHIERA
Quando ritornava dalle sue preghiere personali, durante le quali si trasformava quasi in un altro uomo, cercava di conformarsi quanto più poteva agli altri, per il timore che, se appariva col volto raggiante, il venticello dell’ammirazione non gli togliesse il merito guadagnato. Anzi spesso ripeteva ai suoi intimi: “Quando il servo di Dio nella preghiera è visitato dal Signore con qualche nuova consolazione, deve prima di terminare, alzare gli occhi al cielo e dire al Signore a mani giunte:–Tu, o Signore, hai mandato dal cielo questa dolce consolazione a me indegno peccatore: io te la restituisco, affinché tu me la metta in serbo, perché io sono un ladro del tuo tesoro–”. E ancora: ” Signore, toglimi il tuo bene in questo mondo, e conservamelo per il futuro”.
E continuava: ” Così deve comportarsi, in modo che, quando esce dalla preghiera, si mostri agli altri così poverello e peccatore, come se non avesse conseguito nessuna nuova grazia “. E spiegava: “Per una mercede di poco valore capita di perdere un bene inestimabile e di provocare facilmente il nostro benefattore a non ridarlo più″.
Infine, era suo costume alzarsi a pregare così di nascosto e silenziosamente, che nessuno dei compagni poteva accorgersi che si alzava o pregava. Quando invece alla sera si metteva a letto, faceva rumore e quasi strepito, per far sentire a tutti che andava a coricarsi.

CAPITOLO LXVI: UN VESCOVO LO SORPRENDE IN PREGHIERA E DIVENTA MUTO
Il vescovo di Assisi andò un giorno, com’era sua consuetudine, per una visita amichevole da Francesco, che stava pregando nel luogo della Porziuncola. Appena entrato, si dirige con poco riguardo, senza essere stato invitato, alla cella del Santo e, spinta la porticina, fa per entrare, quando, nello sporgere il capo, lo vede in preghiera: all’istante è scosso da tremore e mentre le membra si irrigidiscono perde anche la parola. Subito, per volontà di Dio, è respinto violentemente fuori e, sempre all’indietro, è trascinato lontano.
A mio parere, o il vescovo era indegno di assistere a quel segreto misterioso, o Francesco meritava di godere più a lungo della grazia, che già pregustava. Pieno di stupore, il vescovo ritornò dai frati e, confessata la sua colpa con un cenno di parola, riacquistò la favella.

CAPITOLO LXVII: COME UN ABATE SPERIMENTÒ L’ EFFICACIA DELLA SUA PREGHIERA
L’abate del monastero di San Giustino, nella diocesi di Perugia, incontrò un giorno Francesco e, sceso velocemente da cavallo, si intrattenne brevemente con lui a parlare della salvezza della sua anima. Quando alla fine si allontanò, gli chiese umilmente di pregare per lui. “Pregherò, signore, volentieri”, rispose Francesco.
L’abate si era allontanato di poco, quando il Santo, rivolto al compagno, gli disse: “Aspetta un poco, perché voglio soddisfare il debito di ciò che ho promesso”. Aveva infatti questa abitudine, di non gettare dietro le spalle la preghiera richiesta ma di adempiere quanto prima una tale promessa. Mentre il Santo supplicava il Signore, subito l’abate provò nello spirito un calore insolito ed una dolcezza sconosciuta fino a quel momento e, rapito fuori dai sensi, gli sembrò proprio di venire meno. Si fermò un istante, poi ritornato in se stesso, constatò la potenza della preghiera di san Francesco.
Per questo provò un amore sempre più grande per l’Ordine e riferì a molti il fatto come un miracolo.
Questi sono i piccoli doni che devono farsi tra loro i servi di Dio, tale lo scambio vicendevole che si addice loro riguardo al dare e al ricevere. Quel santo amore, che a volte è chiamato spirituale, è contento del frutto dell’orazione; la carità tiene poco conto dei poveri doni terreni. Credo sia proprio dell’amore santo aiutare ed essere aiutati nella lotta spirituale, raccomandare ed essere raccomandati davanti al tribunale di Cristo.
Ma a quale grado di preghiera pensi che dovesse salire chi ha potuto in tale modo innalzare un altro con i suoi meriti?

COMPRENSIONE DEL SANTO NELLA SACRA SCRITTURA E POTENZA DELLE SUE PAROLE – CAPITOLO LXVIII: SUA SCIENZA E MEMORIA
Quantunque questo uomo beato non avesse ricevuta nessuna formazione di cultura umana, tuttavia, istruito dalla sapienza che discende da Dio e, irradiato dai fulgori della luce eterna, aveva una comprensione altissima delle Scritture. La sua intelligenza, pura da ogni macchia, penetrava le oscurità dei misteri, e ciò che rimane inaccessibile alla scienza dei maestri era aperto all’affetto dell’amante.
Ogni tanto leggeva nei Libri Sacri, e scolpiva indelebilmente nel cuore ciò che anche una volta sola aveva immesso nell’animo. “Per lui, la memoria teneva il posto dei libri”, perché il suo orecchio, anche in una volta sola, afferrava con sicurezza ciò che l’affetto andava meditando con devozione. Affermava che questo metodo di apprendere e di leggere è il solo fruttuoso, non quello di consultare migliaia e migliaia di trattati. Riteneva vero filosofo colui che non antepone nulla al desiderio della vita eterna. Affermava ancora che perviene facilmente dalla scienza umana alla scienza di Dio, colui che, leggendo la Scrittura, la scruta più con l’umiltà che con la presunzione. Spesso scioglieva con una sola frase questioni dubbie e senza profusioni di parole dimostrava grande intelligenza e profonda penetrazione.

CAPITOLO LXIX: PREGATO DA UN FRATE PREDICATORE ESPONE UN DETTO PROFETICO
Mentre dimorava presso Siena, vi capitò un frate dell’Ordine dei predicatori, uomo spirituale e dottore in sacra teologia. Venne dunque a far visita al beato Francesco e si trattennero a lungo insieme, lui e il Santo in dolcissima conversazione sulle parole del Signore. Poi il maestro lo interrogò su quel detto di Ezechiele: Se non manifesterai all’empio la sua empietà, domanderò conto a te della sua anima. Gli disse: “Io stesso, buon padre, conosco molti ai quali non sempre manifesto la loro empietà, pur sapendo che sono in peccato mortale. Forse che sarà chiesto conto a me delle loro anime?”.
E poiché Francesco si diceva ignorante e perciò degno più di essere da lui istruito, che di rispondere sopra una sentenza della Scrittura, il dottore aggiunse umilmente: “Fratello, anche se ho sentito alcuni dotti esporre questo passo, tuttavia volentieri gradirei a questo riguardo il tuo parere”.
“Se la frase va presa in senso generico,–rispose Francesco –io la intendo così: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell’esempio e l’eloquenza della sua condotta. Così, ripeto, lo splendore della sua vita ed il buon odore della sua fama, renderanno manifesta a tutti la loro iniquità “.
Il dottore rimase molto edificato, per questa interpretazione, e mentre se ne partiva, disse ai compagni di Francesco: “Fratelli miei, la teologia di questo uomo, sorretta dalla purezza e dalla contemplazione, vola come aquila. La nostra scienza invece striscia terra terra “.

CAPITOLO LXX: DILUCIDAZIONI DATE ALLE DOMANDE DI UN CARDINALE
Un’altra volta, trovandosi a Roma in casa di un cardinale, fu interrogato su alcuni passi oscuri, ed espose con tanta chiarezza quei concetti profondi, da far pensare che fosse sempre vissuto in mezzo alle Scritture. Perciò il signor cardinale gli disse: “Io non ti interrogo come letterato, ma come uomo che ha lo spirito di Dio. E per questo accetto volentieri il senso della tua risposta, perché so che proviene da Dio solo”.

CAPITOLO LXXI: ESORTATO ALLA LETTURA DELLA SCRITTURA, ESPONE AD UN FRATE QUALE SIA LA SUA SCIENZA
Francesco era infermo e pieno di dolori da ogni parte. Vedendolo così, un giorno gli disse un suo compagno: “Padre, tu hai sempre trovato un rifugio nelle Scritture; sempre ti hanno offerto un rimedio ai tuoi dolori. Ti prego anche ora fatti leggere qualche cosa dai profeti: forse il tuo spirito esulterà nel Signore “. Rispose il Santo: “E bene leggere le testimonianze della Scrittura, ed è bene cercare in esse il Signore nostro Dio. Ma, per quanto mi riguarda, mi sono già preso tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e Crocifisso “.

CAPITOLO LXXII: FRATE PACIFICO VEDE ALCUNE SPADE SPLENDENTI SULLA PERSONA DEL SANTO
Vi era nella Marca d’Ancona un secolare, che dimentico di sé e del tutto all’oscuro di Dio, si era completamente prostituito alla vanità. Era chiamato “il Re dei versi”, perché era il più rinomato dei cantori frivoli ed egli stesso autore di canzoni mondane. In breve, la gloria del mondo lo aveva talmente reso famoso, che era stato incoronato dall’Imperatore nel modo più sfarzoso.
Mentre camminava così avvolto nelle tenebre e si tirava addosso il castigo avvinto nei lacci della vanità, la pietà divina, mossa a compassione, pensò di richiamare ii misero, perché non perisse, lui che giaceva prostrato a terra. Per disposizione della Provvidenza divina, si incontrarono, lui e Francesco, presso un certo monastero di povere recluse.
Il Padre vi si era recato per far visita alle figlie con i suoi compagni, mentre l’altro era venuto a casa di una sua parente con molti amici.
La mano di Dio si posò su di lui, e vide proprio con i suoi occhi corporei Francesco segnato in forma di croce da due spade, messe a traverso, molto splendenti: l’una si stendeva dalla testa ai piedi, I’altra, trasversale, da una mano all’altra, all’altezza del petto. Personalmente non conosceva il beato Francesco; ma dopo un così notevole prodigio, subito lo riconobbe. Pieno di stupore, all’istante cominciò a proporsi una vita migliore, pur rinviandone l’adempimento al futuro. Ma il Padre, quando iniziò a predicare davanti a tutti, rivolse contro di lui la spada della parola di Dio. Poi, in disparte, lo ammonì con dolcezza intorno alla vanità e al disprezzo del mondo, e infine lo colpì al cuore minacciandogli il giudizio divino.
L’altro, senza frapporre indugi, rispose: “Che bisogno c’è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini, e rendimi al grande Imperatore!”.
Il giorno seguente, il Santo lo vestì dell’abito e lo chiamò frate Pacifico, per averlo ricondotto alla pace del Signore. E tanto più numerosi furono quelli che rimasero edificati dalla sua conversione, quanto maggiore era stata la turba dei compagni di vanità.
Godendo della compagnia del Padre, frate Pacifico cominciò ad esperimentare dolcezze, che non aveva ancora provate. Infatti poté un’altra volta vedere ciò che rimaneva nascosto agli altri: poco dopo, scorse sulla fronte di Francesco un grande segno di Thau, che ornato di cerchietti multicolori, presentava la bellezza del pavone.

CAPITOLO LXXIII: L’ EFFICACIA DEI SUOI DISCORSI E TESTIMONIANZA Dl UN MEDICO
Il predicatore del Vangelo Francesco, quando predicava a persone incolte, usava espressioni semplici e materiali, ben sapendo che vi è più necessità di virtù che di parole. Tuttavia tra persone spirituali e più colte cavava dal cuore parole profonde, che davano vita. Con poco spiegava ciò che era inesprimibile, e unendovi movimenti e gesti di fuoco, trascinava tutti alle altezze celesti.
Non si serviva del congegno delle distinzioni, perché non dava ordine a discorsi, che non ideava da se stesso. Alla sua parola dava voce di potenza Cristo, vera potenza e sapienza.
Un medico, persona colta ed eloquente, disse una volta: “Mentre ritengo parola per parola le prediche degli altri, solo mi sfugge ciò che Francesco dice nella sua esuberanza. E, se cerco di ricordare alcune parole, non mi sembrano più quelle che prima hanno stillato le sue labbra”

CAPITOLO LXXIV: CON LA POTENZA DELLA SUA PAROLA, PER MEZZO Dl FRATE SILVESTRO SCACCIA I DEMONI
Le sue parole conservavano tutta la loro efficacia non solo se pronunciate direttamente, ma anche se trasmesse per mezzo di altri non ritornavano senza frutto.
Arrivò un giorno ad Arezzo, mentre tutta la città era scossa dalla guerra civile e minacciava prossima la sua rovina. Il servo di Dio venne ospitato nel borgo fuori città, e vide sopra di essa demoni esultanti, che rinfocolavano i cittadini a distruggersi fra di loro. Chiamò frate Silvestro, uomo di Dio e di ragguardevole semplicità, e gli comandò: “Va’ alla porta della città, e da parte di Dio Onnipotente comanda ai demoni che quanto prima escano dalla città“.
Il frate pio e semplice si affrettò ad obbedire, e dopo essersi rivolto a Dio con inno di lode, grida davanti alla porta a gran voce: “Da parte di Dio e per ordine del nostro padre Francesco, andate lontano di qui, voi tutti demoni!”. La città poco dopo ritrovò la pace e i cittadini rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità.
Più tardi parlando loro, Francesco all’inizio della predicazione disse: ” Parlo a voi come a persone un tempo soggiogate e schiave dei demoni. Però so che siete stati liberati per le preghiere di un povero “.

CAPITOLO LXXV: LA CONVERSIONE DEL MEDESIMO FRATE SILVESTRO. UNA SUA VISIONE
Credo che non sia fuori luogo aggiungere qui la conversione del predetto Silvestro, come sia stato mosso dallo Spirito ad entrare nell’Ordine.
Silvestro era un sacerdote secolare della città di Assisi, e da lui un tempo l’uomo di Dio aveva comprato pietre per riparare una chiesa. Quando vide, in quei giorni, frate Bernardo, che dopo il Santo fu la prima pianticella dell’Ordine, lasciare completamente i suoi beni e darli ai poveri, si sentì acceso da una cupidigia insaziabile e si lamentò col servo di Dio per le pietre, che un tempo gli aveva vendute, come se non gli fossero state pagate completamente. Francesco, osservando che l’animo del sacerdote era corroso dal veleno delI’avarizia, ebbe un sorriso di compassione. Ma, desiderando di portare in qualunque modo refrigerio a quella arsura maledetta, gli riempì le mani di denaro, senza contarlo.
Prete Silvestro si rallegrò dei soldi ricevuti, ma più ancora ammirò la liberalità di chi donava. Ritornato a casa, ripensò più volte a quanto gli era accaduto, biasimandosi santamente e meravigliandosi di amare, pur essendo ormai vecchio, il mondo, mentre quel giovane disprezzava in tale modo tutte le cose. Quando poi fu pieno di buone disposizioni, Cristo gli aprì il seno della sua misericordia, gli mostrò quanto valessero le opere di Francesco, quanto fossero preziose davanti a lui e come con il loro splendore riempissero tutta la terra.
Vide infatti, in sogno, una croce d’oro, che usciva dalla bocca di Francesco: la sua cima arrivava ai cieli, bracci protesi lateralmente cingevano tutto attorno il mondo.
Il sacerdote, compunto a quella vista, scacciò ogni ritardo dannoso, lasciò il mondo e divenne perfetto imitatore dell’uomo di Dio. Cominciò a condurre nell’Ordine una vita perfetta e la terminò in modo perfettissimo con la grazia di Cristo.
Ma, quale meraviglia che Francesco sia apparso crocifisso, lui che ha amato tanto la croce? Non è certo sorprendente che, essendo così radicata nel suo cuore la croce, che opera cose mirabili, e venendo su da un terreno buono, abbia prodotto fiori, fronde e frutti meravigliosi! Nient’altro, di specie diversa, poteva nascere da questa terra, che la croce gloriosa fin da principio aveva presa in tale modo tutta per sé.
Ma ritorniamo al nostro argomento.

CAPITOLO LXXVI: UN FRATE VIENE LIBERATO DAGLI ASSALTI DEL DEMONIO
Un frate era da lungo tempo gravemente molestato da una tentazione di spirito, la quale è più sottile e peggiore dello stimolo della carne. Finalmente, presentatosi a Francesco, si gettò umilmente ai suoi piedi. Ma, scoppiato in pianto dirotto e amarissimo, non era capace di dire parola, essendo impedito da forti singhiozzi. Il Padre ne sentì pietà, e comprendendo che era tormentato da istigazioni maligne: “Io vi ordino, o demoni,–esclamò–in virtù di Dio di non tormentare più d’ora avanti il mio fratello, come avete osato finora”.
Subito si dissipò quel buio tenebroso, il frate si alzò libero e non sentì più alcun tormento, come se ne fosse sempre stato esente.

CAPITOLO LXXVII: UNA SCROFA MALVAGIA UCCIDE A MORSI UN AGNELLO
Già da altre pagine risulta abbastanza chiaro che la sua parola era di una potenza sorprendente anche a riguardo degli animali. Tuttavia toccherò appena un episodio che ho alla mano.
Il servo dell’Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell’innocente, lo uccise con morso feroce.
Al mattino, alzatisi, trovano l’agnellino morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è colpevole di quel delitto. All’udire tutto questo, il pio padre si commuove, e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti l’agnellino morto: “Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della sua carne!”.
Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato.

CONTRO LE FAMILIARITÀ CON DONNE – CAPITOLO LXXVIII: SI DEVE EVITARE LA FAMILIARITÀ CON DONNE. COME SI COMPORTAVA CON LORO
Comandava che fossero evitate del tutto le familiarità con donne, dolce veleno che corrompe anche gli uomini santi. Temeva infatti che l’animo fragile si spezzasse presto e quello forte si indebolisse. E ripeteva che, se non si tratta di una persona di virtù più che sperimentata, intrattenersi familiarmente con esse senza esserne contagiati è tanto facile, quanto, secondo la Scrittura, camminare sul fuoco senza scottarsi i piedi.
Per mostrare con i fatti ciò che diceva, presentava in se stesso un modello perfetto di virtù. Le donne infatti gli erano così moleste, da far credere che si trattasse non di cautela o di esempio, ma di paura o di orrore.
Quando la loro loquacità importuna dava origine a contesa, induceva al silenzio con un parlare breve ed umile e il volto a terra. Altre volte fissava gli occhi al cielo, quasi volesse ricavarne ciò che avrebbe risposto a quelle cicale mondane. Quelle invece, che avevano reso il loro animo dimora della sapienza con una santa e perseverante devozione, le istruiva con meravigliosi, ma brevi discorsi.
Quando si intratteneva con una donna, parlava ad alta voce, in modo che tutti potessero udire. Una volta confidò ad un compagno: “Ti confesso la verità, carissimo: se le guardassi in faccia, ne riconoscerei solamente due. Dell’una e dell’altra mi è noto il volto, di altre no”.
Benissimo, Padre, perché guardarle non santifica nessuno. Ottimamente, ripeto, perché la loro presenza non porta alcun vantaggio, ma moltissimo danno anche di tempo. Sono, queste cose, un impedimento a chi vuole affrontare un viaggio arduo e contemplare il volto pieno di ogni grazia.

CAPITOLO LXXIX: UNA PARABOLA CONTRO GLI SGUARDI RIVOLTI ALLE DONNE
Era solito colpire gli occhi non casti con questa parabola.
Un re potentissimo inviò, in tempi successivi, due nunzi alla regina. Ritorna il primo e riferisce semplicemente la risposta al suo messaggio. Ritorna l’altro, e dopo aver riferito in breve la risposta, tesse una lunga storia della bellezza della sovrana. “A dir vero, Signore, ho proprio visto una donna bellissima. Felice chi può goderne!”.
“Servo malvagio,–lo investe il re–hai fissato i tuoi occhi impudichi sulla mia sposa? È chiaro che tu avresti voluto far tuo un oggetto che hai esaminato così attentamente!”. Fa richiamare il primo e gli chiede: “Che ti sembra della regina?”. “Molto bene di certo,–risponde il messo –perché ha ascoltato in silenzio ed ha risposto con saggezza “. “E non ti sembra bella?”. “Guardare a questo tocca a te. Mio compito era di riferire le parole “.
Il re pronuncia allora la sentenza: “Tu casto di occhi, più casto di corpo, rimani nel mio appartamento. Costui invece, fuori di casa, perché non violi il mio talamo! “. Ripeteva poi il Padre: “Quando si è troppo sicuri di sé, si è meno prudenti di fronte al nemico. Se il diavolo può far suo un capello in un uomo, ben presto lo fa diventare una trave. E non desiste anche se per lungo tempo non è riuscito a far crollare chi ha tentato, purché alla fine gli si arrenda. Questo è il suo intento, e non si occupa di altro giorno e notte “.

CAPITOLO LXXX: ESEMPIO DEL SANTO CONTRO L’ ECCESSIVA FAMILIARITÀ
Una volta Francesco era diretto a Bevagna, ma indebolito dal digiuno non era in grado di arrivare al paese. Il compagno allora mandò a chiedere umilmente a una devota signora del pane e del vino per il Santo. Appena la donna conobbe la cosa, assieme ad una figlia, vergine consacrata a Dio, si avviò di corsa, per portare al Santo quanto era necessario. Ristorato e ripreso alquanto vigore, rifocillò a sua volta madre e figlia con la parola di Dio. Ma nel parlare ad esse, non le guardò mai in faccia.
Mentre quelle ritornavano a casa, il compagno gli disse: “Perché fratello, non hai guardato la santa vergine, che è venuta a te con tanta devozione? “. E il Padre: “Chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Se poi si predica anche con gli occhi ed il volto, essa da parte sua poteva ben guardarmi, ma non occorreva che la guardassi io”..
Spesso parlando di queste cose, asseriva che è frivolo ogni colloquio con donne, fatta eccezione della sola confessione o, come capita, di qualche brevissimo consiglio. E commentava: “Di cosa dovrebbe trattare un frate minore con una donna, se non della santa penitenza o di un consiglio di vita più perfetta, quando gliene faccia religiosa richiesta? “.

LE TENTAZIONI CHE AFFRONTÒ IL SANTO – CAPITOLO LXXXI:LE TENTAZIONI DEL SANTO E COME NE SUPERÒ UNA
Mentre crescevano i meriti di Francesco, cresceva pure il disaccordo con l’antico serpente. Quanto maggiori erano i suoi carismi, tanto più sottili i tentativi e più violenti gli attacchi che quello gli moveva. E quantunque lo avesse spesso conosciuto per esperienza come valoroso guerriero, che non veniva meno neppure un istante nel combattimento, tuttavia tentava ancora di aggredirlo, pur risultando quegli sempre vincitore.
Ad un certo momento della sua vita, il Padre subì una violentissima tentazione di spirito, sicuramente a vantaggio della sua corona. Per questo, era angustiato e pieno di sofferenza, mortificava e macerava il corpo, pregava e piangeva nel modo più penoso. Questa lotta durò più anni. Un giorno, mentre pregava in Santa Maria della Porziuncola, udi in spirito una voce: “Francesco, se avrai fede quanto un granello di senapa, dirai al monte che si sposti ed esso si muoverà “.
“Signore, — rispose il Santo —qual è il monte, che io vorrei trasferire?”.
E la voce di nuovo: “Il monte è la tua tentazione”.
“O Signore, –rispose il Santo in lacrime–avvenga a me, come hai detto”.
Subito sparì ogni tentazione e si sentì libero e del tutto sereno nel più profondo del cuore.

CAPITOLO LXXXII: IL DIAVOLO LO CHIAMA PER TENTARLO Dl LUSSURIA, MA IL SANTO LO VINCE
Nell’eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione.
Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte:
“Francesco, Francesco, Francesco”.
“Cosa vuoi?”.
E quello: “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno “.
Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l’astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l’inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria.
Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. “Orsù, frate asino,–esclama–così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell’Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va’ pure “.
Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell’orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo:
“Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’ presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore “.
All’istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio.
Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l’aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l’accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita.

CAPITOLO LXXXIII: LIBERA UN FRATE TENTATO. VANTAGGI DELLA TENTAZIONE
Una volta un frate, che era tentato, sedeva tutto solo vicino al Santo e gli disse: “Prega per me, Padre buono: sono convinto che sarò subito liberato dalle mie tentazioni, se ti degnerai di pregare per me. Sono proprio afflitto oltre le mie forze, e so che anche tu lo hai capito”.
“Credimi figlio — gli rispose Francesco–: proprio per questo ti ritengo ancor più servo di Dio, e sappi che più sei tentato e più mi sei caro “. E soggiunse: “Ti dico in verità che nessuno deve ritenersi servo di Dio, sino a quando non sia passato attraverso prove e tribolazioni. La tentazione superata è, in un certo senso, l’anello, col quale il Signore sposa l’anima del suo servo.
“Molti si lusingano per meriti accumulati in lunghi anni, e godono di non avere mai sostenuto prove. Ma sappiamo che il Signore ha tenuto in considerazione la loro debolezza di spirito, perché ancor prima dello scontro, il solo terrore li avrebbe schiacciati. Infatti i combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare”.

LOTTA COI DEMONI – CAPITOLO LXXXIV: I DEMONI LO PERCUOTONO. BISOGNA EVITARE LE CORTI
Questo uomo non soltanto veniva attaccato da Satana con tentazioni, ma anche si azzuffava con lui corpo a corpo.
Una volta il signor Leone, cardinale di Santa Croce, lo pregò di rimanere un po’ di tempo con lui a Roma. Francesco scelse una torre solitaria, che essendo all’interno fatta a volta, presentava nove vani simili alle stanzette di un eremo.
La prima notte, dopo aver pregato Dio, si accingeva a riposare, quando fattisi vivi i demoni gli mossero una lotta spietata. Lo fustigarono per lunghissimo tempo e tanto duramente da lasciarlo alla fine quasi mezzomorto.
Quando se ne andarono, ripreso finalmente il respiro il Santo chiama il compagno, che dormiva sotto un’altra volta: “Fratello,–gli dice appena arrivato–voglio che tu rimanga vicino a me, perché ho paura ad essere solo. Poco fa i demoni mi hanno percosso”. Il Santo era preso da tremore e da agitazione in tutto il corpo, come uno in preda ad una violentissima febbre.
Passarono così tutta la notte svegli, e Francesco disse al compagno: ” I demoni sono i castaldi di nostro Signore, ed egli stesso li incarica di punire le nostre mancanze. È segno di grazia particolare, se non lascia nulla di impunito nel suo servo, finché è vivo in questo mondo.
“Io, a dir vero, non mi ricordo di una colpa, che per misericordia di Dio non abbia espiata col pentimento, perché, nella sua paterna bontà, si è sempre degnato mostrarmi, mentre meditavo e pregavo, cosa gli piacesse e cosa l’offendesse. Ma forse ha permesso che mi assalissero i suoi castaldi, perché non do buon esempio agli altri col fermarmi nel palazzo dei nobili.
“I miei frati, che dimorano in luoghi miseri, vedendo che me ne sto con i cardinali penseranno che io abbondi di delizie. Perciò, fratello, ritengo più giusto che rifugga dai palazzi chi è posto ad esempio degli altri, e renda forti quelli che soffrono ristrettezza, condividendo gli stessi disagi”.
Giunti così al mattino raccontarono tutto al cardinale e lo salutarono.
Lo ricordino bene i frati che vivono a palazzo, e sappiano che sono figli abortivi, sottratti al seno della loro madre. Non condanno l’obbedienza, ma biasimo l’ambizione, l’ozio, le delizie. Infine, anche a tutte le obbedienze possibili metto innanzi nel modo più assoluto Francesco.
lmeno si tolga ciò che, essendo gradito agli uomini, dispiace a Dio.

CAPITOLO LXXXV: UN ESEMPIO RIGUARDO ALLO STESSO ARGOMENTO
Mi viene a mente un episodio, che, a mio parere, non si può tralasciare.
Un frate, vedendo che alcuni religiosi si intrattenevano in una corte, sedotto da non so quale vanagloria, volle anche lui farsi “palatino” come loro. E mentre bruciava dal desiderio di quella vita principesca, una notte vide in sogno i predetti confratelli, fuori della abitazione dei frati e separati dalla loro comunità. Inoltre, chini su un truogolo da maiali, lurido e ripugnante, stavano mangiando dei ceci, mescolati a sterco umano.
A tale vista, il frate stupì altamente e, alzatosi alla prima luce dell’alba, non si curò più della corte.

CAPITOLO LXXXVI: TENTAZIONI CHE Il SANTO SUBI’ IN UN LUOGO SOLITARIO. VISIONE DI UN FRATE
Il Santo giunse una volta con il compagno ad una chiesa, lontano dall’abitato. Desiderando pregare tutto solo, avvisò il compagno: “Fratello, vorrei rimanere qui da solo questa notte. Tu va all’ospedale e torna da me per tempo domattina “.
Rimasto dunque solo, rivolse a Dio lunghe e devotissime preghiere, e alla fine guardò attorno, dove potesse reclinare il capo per dormire. Ma subito turbato nello spirito cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dal tedio e a tremare in tutto il corpo. Sentiva chiaramente che il diavolo dirigeva contro di lui i suoi assalti, e udiva folle di demoni che scorazzavano con strepito sul tetto dell’edificio.
Immediatamente si alzò e, uscito fuori, si fece il segno della croce, esclamando: “Da parte di Dio Onnipotente vi comando, demoni, che riversiate sul mio corpo tutto ciò che è in vostro potere. Lo sopporto volentieri, perché non ho un nemico peggiore del mio corpo: mi farete così giustizia del mio avversario e gli infliggerete la punizione in vece mia “.
Quelli, che si erano riuniti per atterrire il suo animo, incontrando uno spirito più pronto anche se in una carne debole, subito si dileguarono confusi dalla vergogna.
Fattosi giorno, ritorna il compagno, e trovando il Santo prostrato davanti all’altare, aspetta fuori del coro e anche lui nel frattempo si mette a pregare fervorosamente, davanti ad una croce. Rapito in estasi, vede fra tanti seggi in cielo uno più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria. Ammira dentro di sé quel nobile trono, e va ripensando tacitamente a chi possa appartenere. Ma nel frattempo sente una voce che gli dice: “Questo trono appartenne ad un angelo che è precipitato, ed ora è riservato all’umile Francesco “.
Rientrato in se stesso, il frate vede Francesco che ritorna dalla preghiera. Gli si prostra subito dinnanzi, con le braccia in forma di croce, e si rivolge a lui non come ad uno che viva sulla terra, ma quasi ad un essere che regni già in cielo: ” Prega per me il Figlio di Dio, Padre, che non tenga conto dei miei peccati “.
L’uomo di Dio gli tende la mano e lo rialza, sicuro che nella preghiera ha ricevuto una visione.
Alla fine, mentre si allontanano dal luogo, il frate chiede a Francesco: ” Padre, cosa ne pensi di te stesso? “. Ed egli rispose: ” Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me”.
A queste parole, subito lo Spirito disse interiormente al frate: “Conosci che è stata vera la tua visione da questo: perché questo uomo umilissimo sarà innalzato per la sua umiltà a quel trono che è stato perduto per la superbia “.

CAPITOLO LXXXVII: UN FRATE LIBERATO DALLA TENTAZIONE
Un frate di spirito e che viveva da molti anni nell’Ordine, era afflitto da una forte tentazione della carne e sembrava quasi inghiottito nel vortice della disperazione. Ogni giorno gli si raddoppiava la pena, mentre la coscienza, più scrupolosa che delicata, lo spingeva a confessarsi di un nonnulla. Perché, a dir vero, non ci si dovrebbe confessare con tanta premura di avere una tentazione, ma se mai di aver ceduto, anche poco, alla tentazione. Egli poi provava tanta vergogna, che per timore di rivelare tutto ad un solo sacerdote– tanto più che erano solo ombre– divideva in più parti le sue ansie e ne confidava un po’ agli uni e un po’ agli altri.
Ma mentre un giorno stava passeggiando con Francesco, gli dice il Santo: “Fratello, ti ordino di non confessare più a nessuno la tua tribolazione. E non aver paura, perché ciò che avviene attorno a te, senza il tuo consenso, ti sarà attribuito a merito, non a colpa. Ogni volta che sarai nell’angustia, dì con il mio permesso sette Pater Noster “.
Meravigliato come il Santo avesse conosciuto tutto, fu ricolmo di gioia e poco dopo si trovò libero da ogni tormento.

LA VERA LETIZIA DELLO SPIRITO – CAPITOLO LXXXVIII: LA LETIZIA SPIRITUALE E SUA LODE. IL MALE DELLA MALINCONIA
Questo Santo assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: “Il diavolo esulta soprattutto, quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per . quanto piccoli della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma–continuava– se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole “.
Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore.
“Il servo di Dio–spiegava–quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.

CAPITOLO LXXXIX: ASCOLTA UN ANGELO SUONARE LA CETRA
Al tempo in cui soggiornava a Rieti per la cura degli occhi, chiamò un compagno che, prima d’essere religioso, era stato suonatore di cetra, e gli disse: “Fratello, i figli di questo mondo non comprendono i piani di Dio. Perché anche gli strumenti musicali, che un tempo erano riservati alle lodi di Dio, sono stati usati dalla sensualità umana per soddisfare gli orecchi. Io vorrei, fratello, che tu in segreto prendessi a prestito una cetra, e la portassi qui per dare a frate corpo, che è pieno di dolori, un po’ di conforto con qualche bel verso”. Gli rispose il frate: “Mi vergogno non poco, padre, per timore che pensino che io sono stato tentato da questa leggerezza”.
Il Santo allora tagliò corto: “Lasciamo andare allora, fratello. È bene tralasciare molte cose perché sia salvo il buon nome “.
La notte seguente, mentre il Santo era sveglio e meditava su Dio, all’improvviso risuona una cetra con meravigliosa e soavissima melodia. Non si vedeva persona, ma proprio dal continuo variare del suono, vicino o lontano si capiva che il citaredo andava e ritornava. Con lo spirito rivolto a Dio, il Padre provò tanta soavità in quella melodia dolcissima, da credere di essere passato in un altro mondo.
Al mattino alzatosi, il Santo chiamò il frate e dopo avergli raccontato tutto per ordine, aggiunse: “Il Signore che consola gli afflitti, non mi ha lasciato senza consolazione. Ed ecco che mentre non mi è stato possibile udire le cetre degli uomini, ne ho sentita una più soave “.

CAPITOLO XC: QUANDO IL SANTO ERA LIETO Dl SPIRITO, CANTAVA IN FRANCESE
A volte si comportava così. Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all’esterno con parole francesi, e la vena dell’ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente traboccava in giubilo alla maniera giullaresca.
Talora–come ho visto con i miei occhi–raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.
Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della passione del Signore. Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo.40

CAPITOLO XCI: RIPRENDE UN FRATE TRISTE E GLI INSEGNA COME DEBBA COMPORTARSI
Un giorno vide un suo compagno con una faccia triste e melanconica. Sopportando la cosa a malincuore, gli disse: “Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri “. E poco dopo: “Gli avversari della salvezza umana hanno molta invidia di me e siccome non riescono a turbarmi direttamente, tentano sempre di farlo attraverso i miei compagni “.
Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: ” Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi “.

CAPITOLO XCII: COME SI DEVE TRATTARE IL CORPO PERCHÉ NON MORMORI
Il Santo disse pure una volta: “si deve provvedere a frate corpo con discrezione, perché non susciti una tempesta di malinconia. E affinché non gli sia di peso vegliare e perseverare devotamente nella preghiera, gli si tolga l’occasione di mormorare. Potrebbe infatti dire: — Vengo meno dalla fame, non posso portare il peso del tuo esercizio–. Se poi, dopo aver consumato vitto sufficiente borbottasse, sappi che il giumento pigro ha bisogno degli sproni e l’asinello svogliato attende il pungolo”.
Fu questo l’unico insegnamento, nel quale la condotta del Padre non corrispose alle parole. Perché soggiogava il suo corpo, assolutamente innocente, con flagelli e privazioni e gli moltiplicava le percosse senza motivo. Infatti il calore dello spirito aveva talmente affinato il corpo, che come l’anima aveva sete di Dio, così ne era sitibonda in molteplici modi anche la sua carne santissima.

LA LETIZIA FATUA – CAPITOLO XCIII: CONTRO LA VANAGLORIA E L’ IPOCRISIA
Mentre teneva in grande pregio la gioia spirituale, evitava con cura quella vana, convinto che si deve amare diligentemente ciò che aiuta a progredire, e allo stesso modo si deve evitare ciò che è dannoso. La vanagloria, la stroncava ancora in germe, non permettendo che rimanesse neppure un istante ciò che potesse offendere gli occhi del suo Signore. Spesso infatti quando si sentiva molto elogiare, se ne addolorava e gemeva assumendo subito un aspetto triste.
Un inverno, il Santo aveva il povero corpo coperto di una sola tonaca, rafforzata con pezze molto grossolane. Il guardiano, che era anche suo compagno, comprò. una pelle di volpe e gliela portò dicendo: ” Padre, tu soffri di milza e di stomaco: prego la tua carità nel Signore di permettere di cucire all’interno della tonaca questa pelle. Se non la vuoi tutta, almeno accettane una parte in corrispondenza dello stomaco “. Francesco rispose: “Se vuoi che porti sotto la tonaca questa pelliccia, fammene porre un’altra della stessa misura all’esterno. Cucita al di fuori sarà indizio della pelle nascosta sotto “.
Il frate ascoltò, ma non era del parere, insistette, ma non ottenne di più. Alla fine il guardiano si arrese, e fece cucire una pelliccia sull’altra, perché Francesco non apparisse di fuori diverso da quello che era dentro.
O esempio di coerenza, identico nella vita e nelle parole! Lo stesso dentro e fuori, da suddito e da superiore! Tu non desideravi alcuna gloria né esterna né privata, perché ti gloriavi solamente del Signore. Ma, per carità, non vorrei offendere chi usa pellicce, se oso dire che una pelle prende il posto dell’altra. Sappiamo infatti che sentirono bisogno di tuniche di pelle, perché si trovarono spogli dell’innocenza.

CAPITOLO XCIV: SI ACCUSA DI IPOCRISIA
Una volta, intorno a Natale, si era radunata molta folla per la predica presso l’eremo di Poggio. Francesco esordi a questo modo: “Voi mi credete un uomo santo e perciò siete venuti qui con devozione. Ebbene, ve lo confesso, in tutta questa quaresima, ho mangiato cibi conditi con lardo.
E così più di una volta attribuì a gola, ciò che invece aveva concesso alla malattia.

CAPITOLO XCV: SI ACCUSA DI VANAGLORIA
Con eguale fervore subito svelava e confessava candidamente davanti a tutti il sentimento di vanagloria, che a volte si impossessava del suo spirito.
Un giorno, una vecchierella gli andò incontro, mentre attraversava Assisi e gli chiese l’elemosina. Il Santo non aveva altro che il mantello e subito glielo donò generosamente. Ma, avvertendo che nell’animo stava infiltrandosi un sentimento di vano compiacimento, subito davanti a tutti confessò di averne provato vanagloria.

CAPITOLO XCVI: PAROLE DEL SANTO CONTRO I SUOI AMMIRATORI
Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina. E spesso quando molti lo proclamavano santo, rispondeva così: “Posso avere ancora figli e figlie: non lodatemi come fossi sicuro ! Non si deve lodare nessuno, fino a che è incerta la sua fine. Quando Colui che mi ha concesso il mutuo–così continuava–volesse ritirarlo, rimarrebbe solo il corpo e l’anima, come li hanno pure gli infedeli “. Questa era la risposta a chi lo lodava.
Rivolto poi a sé diceva: ” Se l’Altissimo avesse concesso grazie così grandi ad un ladrone, sarebbe più riconoscente di te, Francesco! “.

CAPITOLO XCVII: PAROLE DEL SANTO CONTRO QUELLI CHE LODANO SE STESSI
Ripeteva spesso ai frati: ” Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore–spiegava–può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta, se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona.
“Il peggiore nemico dell’uomo è la sua carne: è del tutto incapace di ripensare al passato per pentirsene, niente sa prevedere per tutelarsi. Unica sua preoccupazione è approfittare senza scrupoli del tempo presente. E ciò che è peggio–aggiungeva–essa si usurpa e attribuisce a propria gloria quanto non è stato dato a lei, ma all’anima. La carne raccoglie lode dalle virtù e plauso, da parte della gente, dalle veglie e dalle preghiere. Niente lascia all’anima e anche dalle lacrime cerca profitto “.

OCCULTAMENTO DELLE STIMMATE – CAPITOLO XCVIII: RISPOSTA A CHI LO INTERROGAVA A QUESTO RIGUARDO E CON QUANTA PREMURA LE COPRIVA
Non è possibile passare sotto silenzio con quanta premura ha coperto e nascosto i gloriosi segni del Crocifisso, degni di essere venerati anche dagli spiriti più grandi.
Da principio, quando il vero amore di Cristo aveva già trasformato nella sua stessa immagine l’amante, cominciò a celare e ad occultare il tesoro con tanta cautela, da non farlo scoprire per lungo tempo neppure ai suoi intimi. Ma la divina Provvidenza non permise che rimanesse sempre nascosto e non giungesse agli occhi dei suoi cari. Anzi il fatto di trovarsi in punti delle membra visibili a tutti non permise che continuasse a rimanere occulto.
Uno dei compagni una volta, vedendo le stimmate nei piedi, gli disse: “Cosa è ciò, buon fratello?”.
” Pensa ai fatti tuoi “, gli rispose.
Un’altra volta lo stesso frate gli chiese la tonaca per sbatterla. Vedendola macchiata di sangue, disse al Santo, dopo averla restituita: “Che sangue è quello, di cui sembra macchiata la tonaca?”. Il Santo mettendosi un dito sull’occhio, rispose: “Domanda cosa sia questo, se non sai che è un occhio!”.
Per questo raramente si lavava tutte intiere le mani, ma bagnava soltanto le dita, per non manifestare la cosa ai presenti. Ancor più raramente si lavava i piedi, e quanto di raro altrettanto di nascosto. Se uno gli chiedeva di baciargli la mano, la presentava a metà: tendeva solo le dita e quel tanto indispensabile per porvi un bacio. Capitava anche che invece della mano porgesse la manica.
Per non lasciare vedere i piedi, portava calzerotti di lana dopo aver posto sulle ferite una pelle per mitigarne la ruvidezza. E benché non potesse nascondere del tutto ai compagni le stimmate delle mani e dei piedi, sopportava però a malincuore che altri le osservasse. Per questo, anche gli stessi compagni con molta prudenza, quando per necessità il Santo scopriva le mani, volgevano altrove lo sguardo.

CAPITOLO XCIX: UN FRATE RIESCE A VEDERLE CON UN PIO INGANNO
Mentre Francesco si trovava a Siena, nell’inverno o nella primavera del 1226, giunse colà un frate da Brescia. Desiderava molto vedere le stimmate del Padre e scongiurò con insistenza frate Pacifico a ottenergli questa possibilità.
Questi gli rispose: ” Quando starai per ripartire di qui, gli chiederò che dia da baciare le mani. Appena le avrà date, io ti farò un cenno cogli occhi, e tu potrai vederle”.
Quando furono pronti per il ritorno, si recarono ambedue dal Santo. Inginocchiatisi, Pacifico dice a Francesco: “Ti preghiamo di benedirci, carissima madre, e dammi la tua mano da baciare!”. Subito la bacia, mentre egli l’allunga con riluttanza, e fa cenno al compagno di guardarla. Poi chiede l’altra, la bacia e la mostra all’altro.
Quando stavano allontanandosi, venne al Padre il sospetto che gli avessero teso un pio inganno, come era in realtà. E giudicando empia quella che era soltanto una pia curiosità, richiamò subito frate Pacifico: “Ti perdoni il Signore –gli disse –perché ogni tanto mi rechi grandi pene “.
Pacifico si prostrò subito e gli chiese umilmente: “Quale pena ti ho recata, carissima madre?”. Francesco non rispose e la cosa finì nel silenzio.

CAPITOLO C: UN FRATE VEDE LA FERITA DEL COSTATO
Le ferite delle mani e dei piedi erano note ad alcuni per la posizione stessa delle membra, accessibile alla vista di tutti. Nessuno invece fu degno di vedere, finché il Santo fu vivo, la ferita del costato, eccettuato uno solo e per una sola volta. Quando faceva sbattere la tonaca, si copriva col braccio destro la ferita del costato. Altre volte applicava al fianco trafitto la mano sinistra e così copriva quella santa ferita.
Un suo compagno però mentre un giorno gli faceva un massaggio, lasciò scivolare la mano sulla ferita causandogli un grande dolore.
Un altro frate che cercava curiosamente di sapere ciò che era nascosto agli altri, disse al Santo: “Vuoi, Padre, che ti sbattiamo la tonaca?”. “Ti ricompensi il Signore– rispose Francesco–perché ne ho proprio bisogno”.
Mentre si spogliava, il frate osservando attentamente vide ben chiara la ferita sul costato. Costui è il solo che l’ha vista mentre era vivo; degli altri nessuno se non dopo morte.

CAPITOLO CI: LA VIRTU’ DEVE RIMANERE NASCOSTA
In questo modo Francesco aveva rifiutato ogni gloria che non sapesse di Cristo e aveva inflitto un ripudio radicale al plauso umano. Ben sapeva che il prezzo della fama diminuiva quello segreto della coscienza; e sapeva pure che non è minore perfezione custodire le virtù acquisite che acquistarne delle nuove.
Ahimé! per noi invece la vanità è stimolo maggiore della carità ed il plauso del mondo prevale sull’amore di Cristo. Non distinguiamo gli affetti, non esaminiamo di che spirito siamo. Pensiamo che sia voluto dalla carità ciò che invece è frutto solo di vanagloria. Pertanto se abbiamo fatto anche solo un po’ di bene, non siamo in grado di portarne il peso, ce ne liberiamo del tutto durante la vita e così lo perdiamo nel viaggio verso l’ultimo lido. Sopportiamo pazienti di non essere buoni, ma non ci rassegniamo a non sembrarlo né a non essere creduti tali. Così viviamo completamente nella ricerca della stima degli uomini, perché non siamo altro che uomini.

L’UMILTA’ – CAPITOLO CII: UMILTA’ Dl FRANCESCO NEL CONTEGNO, NEL SENTIRE E NEI SUOI COSTUMI CONTRO L’ AMOR PROPRIO
Di tutte le virtù è custode e decoro l’umiltà. Se questa non è messa come fondamento dell’edificio spirituale, quando esso sembra innalzarsi si avvia alla rovina.
Francesco ne era provvisto con particolare abbondanza, affinché non mancasse nulla ad uno già ricco di tanti doni. Nella stima di sé non era altro che un peccatore, mentre in realtà era onore e splendore di ogni santità. Sulla virtù delI’umiltà cercò di edificare se stesso, per gettare un fondamento secondo l’insegnamento di Cristo. Dimentico dei meriti, aveva davanti agli occhi solo i difetti, mentre rifletteva che erano assai più le virtù che gli mancavano di quelle che aveva. Unica sua grande ambizione, diventare migliore in modo da aggiungere nuove virtù, non essendo soddisfatto di quelle già acquisite.
Umile nel contegno, più umile nel sentimento, umilissimo nella propria stima. Da nulla si poteva distinguere che questo principe di Dio aveva la carica di superiore, se non da questa fulgidissima gemma, che cioè era il minimo tra i minori. Questa la virtù, questo il titolo, questo il distintivo che lo indicava ministro generale. La sua bocca non conosceva alcuna alterigia, i suoi gesti nessuna pompa, i suoi atti nessuna ostentazione.
Pur conoscendo per rivelazione divina la soluzione di molti problemi controversi, quando li esponeva metteva innanzi il parere degli altri. Credeva che il consiglio dei compagni fosse più sicuro ed il loro modo di vedere più saggio E affermava che non ha lasciato tutto per il Signore, chi mantiene il gruzzolo del proprio modo di pensare. Infine, per sé preferiva il biasimo alla lode, perché questa lo spingeva a cadere, la disapprovazione invece lo obbligava ad emendarsi.

CAPITOLO CIII: SUA UMILTA’ COL VESCOVO DI TERNI E CON UN CONTADINO
Aveva predicato una volta al popolo di Terni ed il vescovo della città, mentre alla fine della predicazione gli rivolgeva parole di elogio davanti a tutti, si espresse così: “In questa ultima ora Dio ha illuminato la sua Chiesa con questo uomo poverello e di nessun pregio, semplice e senza cultura. Perciò siamo tenuti a lodare sempre il Signore, ben sapendo che non ha fatto così con nessun altro popolo “.
Udite queste parole, il Santo accettò con incredibile piacere che il vescovo lo avesse indicato spregevole con parole tanto chiare, ed entrati in chiesa, si gettò ai suoi piedi, dicendo: “In verità, signor vescovo, mi hai fatto grande onore, perché mentre altri me lo tolgono, tu solo hai lasciato intatto ciò che è mio. Hai separato, voglio dire, il prezioso dal vile, da uomo prudente come sei, dando lode a Dio e a me la mia miseria”.
Non soltanto con i maggiori di lui si mostrava umile il servo di Dio, ma anche con i pari e gli inferiori, più disposto ad essere ammonito e corretto, che ad ammonire gli altri.
Un giorno, montato su un asinello, perché debole e infermo non poteva andare a piedi, attraversava il campo di un contadino, che stava lavorando. Questi gli corse incontro e gli chiese premuroso se fosse frate Francesco. Avendogli risposto umilmente che era proprio lui quello che cercava: “Guarda –disse il contadino — di essere tanto buono quanto tutti dicono che tu sia, perché molti hanno fiducia in te. Per questo ti esorto a non comportarti mai diversamente da quanto si spera “.
Francesco, a queste parole, scese dall’asino e, prostratosi, davanti al contadino, più volte gli baciò i piedi umilmente ringraziandolo che si era degnato di ammonirlo.
In conclusione, aveva raggiunto tanta celebrità da essere ritenuto da moltissimi santo, eppure si riteneva vile davanti a Dio e agli uomini. Non insuperbiva né della fama né della santità, che lo distingueva, ma neppure dei così numerosi e santi frati e figli che gli erano stati dati come inizio della ricompensa per i suoi meriti.

CAPITOLO CIV: IN UN CAPITOLO RINUNCIA AL GOVERNO DELL’ ORDINE E SUA PREGHIERA
Per conservare la virtù della santa umiltà, pochi anni dopo la sua conversione, rinunciò in un Capitolo alla presenza di tutti, all’ufficio di governo dell’Ordine: “Da oggi avanti sono morto per voi. Ma ecco fra Pietro di Cattanio, al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire “.
E inchinatosi subito davanti a lui, promise “obbedienza e riverenza”. I frati piangevano, prorompendo per il dolore in alti gemiti, vedendosi come divenuti orfani di tanto padre.
Francesco si alzò, e con le mani giunte e gli occhi elevati al cielo: “O Signore,–pregò–ti raccomando la famiglia, che sino ad ora tu mi hai affidata. Ed ora, non potendo io averne cura per le infermità che tu sai, dolcissimo Signore l’affido ai ministri. Siano tenuti a renderne ragione a te o Signore, nel giorno del giudizio, se qualche frate o per loro negligenza o cattivo esempio oppure anche per una severità eccessiva, sarà perito “.
Da quel momento rimase suddito sino alla morte, comportandosi più umilmente di qualsiasi altro frate.

CAPITOLO CV: RINUNCIA AI SUOI COMPAGNI
In altra circostanza rinunciò, mettendoli a disposizione del vicario, a tutti i suoi compagni con queste parole: “Non voglio sembrare singolare con questo privilegio di libertà, ma i frati mi accompagnino di luogo in luogo, come il Signore li ispirerà “. E aggiunse: ” Ho visto tempo fa un cieco che aveva come guida di viaggio un cagnolino”.
Questa era appunto la sua gloria: mettere da parte ogni apparenza di singolarità e ostentazione, perché abitasse in lui la virtù di Cristo.

CAPITOLO CVI: CONTRO QUELLI CHE AMBISCONO LE CARICHE. DESCRIZIONE DEL FRATE MINORE
Vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell’Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria. Confutava poi con abbondanza di argomenti alcuni miserabili, che sopportavano a malincuore di essere rimossi dai vari uffici, perché più che l’onere cercavano l’onore.
Un giorno disse al suo compagno: ” Non mi sembrerebbe di essere frate minore se non fossi nella disposizione che ti descriverò. Ecco–spiegò–essendo superiore dei frati vado al capitolo, predico, li ammonisco, e alla fine si grida contro di me: –Non è adatto per noi un uomo senza cultura e dappoco. Perciò non vogliamo che tu regni su di noi, perché non sei eloquente, sei semplice ed ignorante. Alla fine sono scacciato con obbrobrio, vilipeso da tutti. Ti dico: se non ascolterò queste parole conservando lo stesso volto, la stessa letizia di animo, lo stesso proposito di santità, non sono per niente frate minore”.
E aggiungeva: ” Il superiorato è occasione di caduta, la lode di precipizio. L’umiltà del suddito invece porta alla salvezza dell’anima. Perché allora volgiamo l’animo più ai pericoli che ai vantaggi, quando abbiamo la vita per acquistarci meriti?”.

CAPITOLO CVII: VUOLE CHE I FRATI SIANO SOGGETTI AL CLERO E NE SPIEGA IL MOTIVO
Francesco voleva che i suoi figli vivessero in pace con tutti e verso tutti senza eccezione si mostrassero piccoli.
Ma insegnò con le parole e con l’esempio ad essere particolarmente umili coi sacerdoti secolari.
“Noi – ripeteva – siamo stati mandati in aiuto del clero per la salvezza delle anime, in modo da supplire le loro deficienze. Ognuno riceverà la mercede non secondo l’autorità, ma secondo il lavoro svolto. Sappiate – continuava – che il bene delle anime è graditissimo al Signore, e ciò si può raggiungere meglio se si è in pace che in discordia con il clero.
“Se poi essi ostacolano la salvezza dei popoli, a Dio spetta la vendetta, ed egli darà a ciascuno la paga a suo tempo. Perciò siate sottomessi all’autorità, affinché, per quanto sta in voi, non sorga qualche gelosia. Se sarete figli della pace, guadagnerete al Signore clero e popolo. Questo è più gradito a Dio, che guadagnare solo la gente, con scandalo del clero”.
E concludeva: “Coprite i loro falli, supplite i vari difetti, e quando avrete fatto questo, siate più umili ancora “.

CAPITOLO CVIII: RISPETTO DIMOSTRATO AL VESCOVO DI IMOLA
Essendosi recato a Imola, città della Romagna, si presentò al vescovo della diocesi per chiedergli il permesso di predicare.
“Basto io–rispose il vescovo–a predicare al mio popolo”. Francesco chinò il capo e uscì umilmente. Ma poco dopo, eccolo dentro di nuovo.
“Che vuoi, frate? — riprese il vescovo –. Cosa domandi ancora?”.
“Signore,–rispose Francesco–se un padre scaccia il figlio da una porta, deve necessariamente entrare da una altra “.
Vinto dalla sua umiltà, il vescovo con volto lieto lo abbracciò, esclamando: “D’ora in poi tu e i tuoi frati predicate pure nella mia diocesi, con mio generale permesso, perché la tua santa umiltà lo ha meritato “.

CAPITOLO CIX: IL SUO CONTEGNO UMILE CON SAN DOMENICO E VICEVERSA. IL LORO RECIPROCO AMORE
Si trovarono insieme a Roma, in casa del cardinale d’Ostia che poi fu Sommo Pontefice, le fulgide luci del mondo san Francesco e san Domenico.
Sentendoli parlare fra loro del Signore con tanta dolcezza, alla fine il vescovo disse: ” Nella Chiesa primitiva i pastori erano poveri e persone di carità, senza cupidigia. Perché–chiese– tra i vostri frati quelli che emergono per dottrina e buon esempio, non li facciamo vescovi e prelati?”.
Fra i due Santi sorse una gara, non per precedersi nella risposta, ma perché l’uno proponeva all’altro l’onore ed anzi voleva costringerlo a parlare per primo. In realtà si superavano a vicenda nella venerazione che nutrivano reciprocamente.
Alla fine vinse l’umiltà in Francesco, perché non si mise avanti e vinse pure in Domenico, perché ubbidì umilmente e rispose per primo.
Disse dunque Domenico al vescovo: ” Signore, i miei frati, se lo capiscono, sono già posti in alto grado, e per quanto sta in me non permetterò che ottengano altra dignità “. Dopo questa breve e convinta risposta, Francesco si inchinò al vescovo e disse a sua volta: ” Signore, i miei frati proprio per questo sono stati chiamati Minori, perché non presumano di diventare maggiori. Il nome stesso insegna loro a rimanere in basso ed a seguire le orme dell’umiltà di Cristo, per essere alla fine innalzati più degli altri al cospetto dei Santi. Se volete–continuò–che portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione, e riportateli in basso anche contro loro volontà. Per questo, Padre, ti prego: affinché non siano tanto più superbi quanto più poveri e non si mostrino arroganti verso gli altri, non permettere in nessun modo che ottengano cariche”. Queste furono le risposte dei Santi.
Cosa ne dite, voi figli di santi? La gelosia e l’invidia provano che siete figli degeneri, e non meno l’ambizione degli onori dimostra che siete spuri. Vi mordete e divorate a vicenda. Ma la guerra e le liti non provengono che dalle passioni. Voi dovete lottare contro le potenze delle tenebre, avete una dura battaglia contro gli eserciti dei demoni, e invece vi combattete a vicenda.
I Padri si guardano con affetto, pieni di saggezza, con la faccia rivolta verso il propiziatorio. I figli invece trovano gravoso anche solo vedersi. Cosa farà il corpo, se ha il cuore diviso? Certamente, l’insegnamento della pietà cristiana porterebbe nel mondo intiero maggior frutto, se un più forte vincolo di carità unisse i ministri della parola di Dio. Perché a dir vero, ciò che diciamo o insegniamo è reso sospetto da questo soprattutto, che in noi segni evidenti rendono palese un certo lievito di odio. So pure che non sono in causa i giusti, che vi sono dall’una e dall’altra parte, ma i malvagi. E a buon diritto crederei che si dovrebbero estirpare perché non corrompano i Santi.
Cosa dovrei poi dire di quelli che hanno grandi aspirazioni? I Padri hanno raggiunto il regno non per la via della grandezza, ma dell’umiltà. I figli invece si aggirano nel cerchio dell’ambizione e non cercano neppure la via della città loro dimora. Ma cosa ne deriva? Se non seguiamo la loro via, non ne conseguiremo neppure la gloria.
Non sia mai, Signore! Fa` che siamo umili sotto le ali di umili maestri, fa’ che si vogliano bene quelli che sono consanguinei di spirito, e possa tu vedere i figli dei tuoi figli, la pace in Israele.

CAPITOLO CX: I DUE SANTI SI RACCOMANDANO A VICENDA
Terminate le risposte dei servi di Dio, come abbiamo riferito, il Signor di Ostia rimase molto edificato del loro parere e ringraziò di cuore Dio.
Al momento di separarsi, Domenico pregò Francesco che si degnasse di cedergli la corda di cui era cinto. Francesco si mostrava restio, rifiutando con umiltà pari alla carità con cui Domenico insisteva. Tuttavia vinse la santa perseveranza del richiedente, che cinse la corda sotto la tunica interiore con grandissima devozione. Poi si presero la mano e si raccomandarono caldamente a vicenda. E il Santo disse al Santo: “Frate Francesco vorrei che il mio e il tuo diventassero un solo Ordine e che noi vivessimo nella Chiesa con la stessa regola “.
Da ultimo, quando si lasciarono, san Domenico disse ai molti che erano lì presenti: “In verità vi dico, che gli altri religiosi dovrebbero seguire questo santo uomo, Francesco, tanta è la perfezione della sua santità“.

L’OBBEDIENZA – CAPITOLO CXI: PER PRATICARE LA VERA OBBEDIENZA VUOLE AVERE SEMPRE UN GUARDIANO
Desiderando questo mercante astutissimo guadagnare in più modi e ridurre a merito tutta la vita terrena, volle essere guidato dalle redini dell’obbedienza e sottomettersi al governo altrui. E così non solo rinunciò all’ufficio di generale, ma per una obbedienza più perfetta, chiese un guardiano personale da considerare suo speciale superiore.
Disse infatti a frate Pietro di Cattanio, al quale aveva già promesso santa obbedienza: “Ti prego, per amore di Dio, di incaricare uno dei miei compagni a fare le tue veci a mio riguardo, in modo che gli obbedisca devotamente come a te. Conosco il frutto dell’obbedienza e so che non passa un momento di tempo senza frutto colui che ha sottomesso il proprio collo al giogo di un altro”.
La sua domanda fu accettata e, ovunque, rimase suddito fino alla morte, obbedendo sempre con riverenza al suo guardiano.
Un giorno disse ai suoi compagni: “Tra le altre grazie, che la bontà divina si è degnata concedermi, mi ha dato anche questa, che obbedirei con la stessa diligenza ad un novizio di una sola ora, se mi fosse dato come guardiano, e ad uno che fosse molto vecchio di religione ed esperto”. E concluse: “Il suddito deve considerare nel suo superiore non l’uomo, ma Colui per amore del quale si è reso suddito. Inoltre quanto più è insignificante chi comanda, tanto più è meritevole l’umiltà di chi obbedisce “.

CAPITOLO CXII: RITRATTO DEL VERO OBBEDIENTE. LE TRE SPECIE Dl OBBEDIENZA
In altra circostanza, Francesco si trovava seduto in mezzo ai compagni, e disse sospirando: ” A malapena c’è in tutto il mondo qualche religioso, che obbedisca perfettamente al suo superiore “. Sorpresi, i compagni gli chiesero: “Spiegaci, Padre, quale sia la perfetta e somma obbedienza “.
Ed egli raffigurò il vero obbediente in un corpo morto: ” Prendi un corpo esanime e ponilo dove ti piace: vedrai che non rifiuta se mosso, non mormora ovunque sia posto, non reclama se viene allontanato. Se lo poni sulla cattedra, non guarderà in alto ma in basso. Se viene collocato nella porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questi–esclamò –è il vero obbediente: colui che non giudica perché sia rimosso, non si cura dove sia messo, non insiste per essere trasferito. Innalzato ad una carica, mantiene l’umiltà che gli è abituale. Più è onorato e più si reputa indegno “.
Un’altra volta parlando dello stesso argomento, chiamò propriamente licenze quelle concesse dietro domanda, sacre ubbidienze quelle imposte e non richieste. L’una e l’altra –diceva–sono buone, ma la seconda è più sicura. Però la più perfetta di tutte, in cui non ha nessuna parte la carne e il sangue, riteneva fosse l’ubbidienza, per cui si va “per divina ispirazione tra gli infedeli”, sia per la salvezza del prossimo, sia per desiderio del martirio. Chiedere questa, la giudicava cosa molto gradita a Dio.

CAPITOLO CXIII: NON SI DEVE COMANDARE PER OBBEDIENZA CON LEGGEREZZA
Riteneva che si dovesse comandare in nome delI’obbedienza raramente, e non scagliare da principio il dardo, che dovrebbe essere l’ultima arma. “Non si deve–ripeteva–mettere subito mano alla spada”. Ma chi non si affretta ad eseguire il precetto dell’obbedienza, non teme Dio e non tiene in nessun conto gli uomini.
Niente di più vero. Cos’è infatti l’autorità in mano ad un superiore temerario, se non una spada in mano ad un pazzo? E d’altra parte, c’è un caso più disperato di un religioso che disprezza l’obbedienza?

CAPITOLO CXIV: GETTA NEL FUOCO IL CAPPUCCIO Dl UN FRATE, CHE ERA VENUTO SPINTO DA DEVOZIONE MA SENZA PERMESSO
Una volta tolse il cappuccio ad un frate, che era venuto da solo senza obbedienza e lo fece gettare in un gran fuoco. Nessuno si mosse per togliere il cappuccio, perché temevano il volto alquanto adirato del Padre. Allora il Santo ordinò di estrarlo dalle fiamme ed era perfettamente illeso.
Forse questo è avvenuto per i meriti del Santo, ma probabilmente anche per il merito del frate, perché era stato avvinto dal devoto desiderio di vedere il padre santissimo. Gli era però mancata la discrezione, unica guida delle virtù.

IL BUONO E IL CATTIVO ESEMPIO – CAPITOLO CXV: IL BUON ESEMPIO DI UN FRATE E IL COSTUME DEI PRIMI FRATI
Affermava che i frati minori sono stati mandati dal Signore in questo ultimo tempo per offrire esempi di luce a chi è avvolto dal buio dei peccati. E ripeteva che all’udire le opere virtuose dei santi frati dispersi nel mondo, si sentiva come inebriato di soavissimo profumo e cosparso di unguento prezioso.
Un frate di nome Barbaro una volta offese con una parola ingiuriosa un confratello alla presenza di un nobile dell’isola di Cipro. Ma appena si accorse che il confratello ne era rimasto piuttosto offeso, si accese di ira contro se stesso, e preso dello sterco d’asino se lo mise in bocca per masticarlo: “Mastichi sterco questa lingua, che ha sputato veleno di ira sul mio fratello”.
A tale vista, il cavaliere ne fu sbigottito, poi rimase molto edificato. Da quel momento mise se stesso ed i suoi beni a disposizione dei frati con grande generosità.
Tutti i frati osservavano immancabilmente questa usanza: se per caso uno scagliava contro un altro una parola che fosse causa di turbamento, subito si prostrava per terra e accarezzava con santi baci i piedi dell’offeso, anche contro sua volontà.
Il Santo gongolava di gioia nell’udire tali cose, perché vedeva che i suoi figli da soli praticavano esempi di santità e ricolmava delle più elette benedizioni quei frati, che con la parola e l’esempio inducevano i peccatori all’amore di Cristo. Traboccante com’era di zelo per le anime, voleva che anche i suoi figli gli rassomigliassero completamente.

CAPITOLO CXVI: MALEDIZIONE E PENA DEL SANTO PER ALCUNI FRATI Dl CATTIVA CONDOTTA
La sua terribile sentenza di maledizione colpiva quelli che con opere inique e cattivi esempi violavano la santità dell’Ordine.
Gli fu riferito un giorno che erano stati ricevuti dal vescovo di Fondi, due frati, i quali, sotto pretesto di un maggior disprezzo di sé, coltivavano una barba più lunga del conveniente. Il vescovo li aveva apostrofati: “Badate bene di non deturpare con la presunzione di queste novità la bellezza dell’Ordine”.
Il Santo si alzò di scatto, e levando le mani al cielo, col volto inondato di lacrime, proruppe in queste parole di preghiera o piuttosto di maledizione: “Signore Gesù Cristo, tu che hai scelto i dodici Apostoli, dei quali anche se uno venne meno, gli altri però rimasero fedeli ed hanno predicato il santo Vangelo animati dall’unico Spirito, tu, o Signore, in questa ultima ora, memore della antica misericordia.
hai fondato l’Ordine dei frati a sostegno della tua fede e perché per loro mezzo si adempisse il mistero del tuo Vangelo. Chi dunque ti darà soddisfazione per loro, se quelli che hai mandato a questo scopo, non solo non mostrano a tutti esempi di luce, ma piuttosto le opere delle tenebre?
“Da Te, o Signore santissimo, e da tutta la curia celeste e da me tuo piccolo siano maledetti quelli che col loro cattivo esempio confondono e distruggono ciò che un tempo tu hai edificato per mezzo dei santi frati di questo Ordine e non cessi di edificare!”.
Dove sono quelli che si dichiarano felici della sua benedizione e si vantano di essersi accaparrati a loro piacimento la sua amicizia? Se, Dio non voglia, si troverà che hanno mostrato le opere delle tenebre con pericolo del prossimo, senza pentirsene, guai a loro, guai di dannazione eterna!
“I frati più buoni–diceva–si sentono confusi per le opere dei frati cattivi, e anche se essi personalmente non hanno peccato, vengono giudicati dall’esempio dei malvagi. Proprio per questo mi trafiggono con una spada acuta e me la ripassano tutto il giorno per le viscere”. Era soprattutto per questo motivo che si sottraeva alla compagnia dei frati, perché non gli capitasse di udire riguardo all’uno o all’altro qualcosa di spiacevole, che gli rinnovasse il dolore.
E continuava: “Verrà tempo, in cui questa diletta Religione di Dio sarà talmente infamata dai cattivi esempi, che si proverà vergogna a uscire in pubblico. Quelli che verranno in quelle circostanze all’Ordine, vi saranno condotti unicamente dall’azione dello Spirito Santo, non li contaminerà né la carne né il sangue e saranno veramente benedetti da Dio. Non compiranno azioni di grande merito, per il raffreddarsi della carità, la virtù che spinge i santi ad agire fervorosamente. Però sopraggiungeranno per loro tentazioni immense, e quanti allora avranno superato la prova, saranno migliori dei loro predecessori. Ma guai a quelli, che soddisfatti della sola apparenza di vita religiosa, intorpidiranno nell’ozio e non rimarranno saldi nelle tentazioni permesse per provare i giusti! Perché soltanto chi avrà superato la prova, dopo essere stato nel frattempo tribolato dalla malizia degli empi, riceverà la corona di vita “.

CAPITOLO CXVII: DIO GLI RIVELA LO STATO DELL’ ORDINE E CHE NON VERRA” MAI MENO
Il Santo trovava grandissima consolazione nelle visite del Signore e da esse veniva assicurato che le fondamenta del suo Ordine sarebbero rimaste sempre stabili. Riceveva anche la promessa che sicuramente nuovi eletti avrebbero preso il posto di chi si perdeva. Essendo turbato per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? Per questo io ho scelto te, uomo semplice, perché quelli che vorranno, seguano le opere che compirò in te e che devono essere imitate da tutti gli altri. Io vi ho chiamati: vi conserverò e pascolerò, supplirò con nuovi religiosi il vuoto lasciato dagli altri, al punto di farli nascere se non fossero già nati. Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile “.
Da quel giorno era solito affermare che la virtù di un solo frate santo supera una quantità, sia pur grande, di imperfetti, come un solo raggio di luce dissipa le tenebre più fitte

CONTRO L’ OZIO E GLI OZIOSI – CAPITOLO CXVIII: DIO GLI RIVELA QUANDO È SUO SERVO E QUANDO NON LO È
Dal momento in cui Francesco rigettò le cose caduche e cominciò ad aderire strettamente al Signore, non volle perdere nemmeno una particella di tempo. Aveva già accumulato abbondanza di meriti nei tesori del Signore, eppure era sempre come all’inizio, sempre più pronto ad ogni esercizio spirituale. Riteneva gran peccato non fare qualcosa di bene e giudicava un retrocedere il non progredire sempre.
Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano: “Ho invocato il Signore– spiegò loro– perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora:–Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente–. Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato in queste tre cose “.

CAPITOLO CXIX: PENITENZA PREVISTA ALLA PORZIUNCOLA PER LE PAROLE OZIOSE
In altra circostanza, alla Porziuncola, considerando che il frutto dell’orazione svanisce quando è seguita da conversazioni inutili, prescrisse questo rimedio per evitare il difetto delle parole oziose: “Qualunque frate proferisca una parola oziosa o inutile sia tenuto a dire subito la sua colpa e a recitare per ogni parola oziosa un Pater Noster. Voglio poi che, se il frate confesserà spontaneamente la colpa, dica il Pater Noster per la sua anima. se invece sarà prima redarguito da un altro, lo applichi per l’anima di chi lo ha richiamato “.

CAPITOLO CXX:LABORIOSITÀ DEL SANTO E DISGUSTO PER GLI OZIOSI
Quanto ai fannulloni, che non si applicano con impegno ad alcun lavoro, diceva che sono destinati ad essere rigettati dalla bocca del Signore. Nessun ozioso poteva comparire alla sua presenza, senza essere da lui biasimato aspramente. In realtà egli, modello di ogni perfezione, faticava e lavorava con le sue mani, preoccupato di non perdere un attimo di quel dono preziosissimo che è il tempo.
“Voglio–disse una volta–che tutti i miei frati lavorino e stiano occupati, e chi non sa impari qualche mestiere”. E eccone il motivo: “Affinché–continuava–siano meno di peso agli uomini, e nell’ozio la lingua o il cuore non vadano vagando tra cose illecite “.
Il guadagno poi o la mercede del lavoro, non lo lasciava all’arbitrio di chi lavorava, ma del guardiano o della famiglia religiosa.

CAPITOLO CXXI: LAMENTO RIVOLTO AL SANTO CONTRO GLI OZIOSI E I GOLOSI
Mi sia permesso, o padre santo, di elevare ora al cielo un lamento per quelli che si dicono tuoi. Molti hanno in odio gli esercizi delle virtù, e volendo riposare prima ancora di lavorare, dimostrano di essere figli non di Francesco, ma di Lucifero. Abbiamo più abbondanza di gente che si dà ammalata che di combattenti, mentre, essendo nati per il lavoro, dovrebbero ritenere la loro vita una milizia. Non amano rendersi utili con il lavoro, non son capaci con la contemplazione. Dopo che hanno causato turbamento in tutti con la loro vita singolare, lavorando più con le mascelle che con le mani, detestano chi li riprende apertamente e non permettono di essere toccati neppure con la punta delle dita.
Ma ancor più mi colpisce la loro impudenza, perché, al dire di san Francesco, a casa loro sarebbero vissuti solo a costo di molto sudore, ed ora senza faticare, si nutrono col sudore dei poveri.
Prodigio di scaltrezza! Non fanno niente e ti sembrano sempre occupati. Conoscono bene gli orari della tavola, e se a volte li stuzzica troppo la fame, accusano il sole di essersi addormentato. Ed io, buon padre, dovrei credere degne della tua gloria le mostruosità di questi uomini? Ma non lo sono neppure della tua tonaca! Tu hai sempre insegnato ad accumulare in questo tempo malsicuro e fugace ricchezze di meriti, perché non capiti di dover mendicare nella vita futura. Questi invece, destinati a finire poi in esilio, non hanno neppure il vero gusto della patria. Questo morbo infierisce tra i sudditi, perché i superiori fingono di non vedere, come se fosse possibile sostenere i loro vizi e non condividerne il castigo.

I MINISTRI DELLA PAROLA DI DIO – CAPITOLO CXXII: QUALITÀ DEL PREDICATORE
Voleva che i ministri della parola di Dio attendessero agli studi sacri e non fossero impediti da nessun altro impegno. Diceva infatti che sono stati scelti da un gran re per bandire ai popoli gli editti che ascoltano dalla sua bocca.
“Il predicatore–diceva–deve prima attingere nel segreto della preghiera ciò che poi riverserà nei discorsi. Prima deve riscaldarsi interiormente, per non proferire all’esterno fredde parole”. È un ufficio, sottolineava, degno di riverenza, e tutti devono venerare quelli che lo esercitano: “Essi sono la vita del corpo, gli avversari dei demoni, essi sono la lampada del mondo “.
Riteneva poi i dottori in sacra teologia degni di particolari onori. Per questo una volta fece scrivere come norma generale: “Dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e quanti ci dispensano la parola di Dio come quelli che ci somministrano spirito e vita”.
E scrivendo una volta al beato Antonio, fece iniziare la lettera così: ” A frate Antonio, mio vescovo “.

CAPITOLO CXXIII: CONTRO QUELLI CHE SONO AVIDI DI UNA LODE VANA. SPIEGAZIONE DI UN PASSO PROFETICO
Però diceva che sono da compiangersi i predicatori, che vendono spesso il loro ministero per un soldo di vanagloria. E cercava a volte di guarire il loro gonfiore con questo rimedio: “Perché vi gloriate della conversione degli uomini, quando li hanno convertiti con le loro preghiere i miei frati semplici? “. Ed anzi commentava così il passo che dice: Perfino la sterile ha partorito numerosi figli: “La sterile è il mio frate poverello, che non ha il compito di generare figli nella Chiesa. Ma nel giudizio ne avrà dato alla luce moltissimi, perché in quel giorno il giudice ascriverà a sua gloria quelli, che ora converte con le sue preghiere personali. Quella invece che ne ha molti comparirà sterile perché il predicatore, che è fiero di molti figli come se li avesse generati lui, capirà allora che in essi non c’è niente di suo”.
Riguardo poi a quelli che ci tengono a sentirsi lodare più come retori che come predicatori, e che parlano con discorsi leccati ma senza animo, non li amava molto. E affermava che fanno una cattiva spartizione del tempo, perché danno tutto alla predicazione niente alla devozione. In altre parole, lodava quel predicatore che ogni tanto si preoccupa di se stesso e si nutre personalmente della sapienza.

LA CONTEMPLAZIONE DEL CREATORE NELLE CREATURE – CAPITOLO CXXIV: AMORE DEL SANTO PER LE CREATURE SENSIBILI E INSENSIBILI
Desiderando questo felice viandante uscire presto dal mondo, come da un esilio di passaggio, trovava non piccolo aiuto nelle cose che sono nel mondo stesso. Infatti si serviva di esso come di un campo di battaglia contro le potenze delle tenebre, e nei riguardi di Dio come di uno specchio tersissimo della sua bontà.
In ogni opera loda l’Artefice; tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere delle mani del Signore, e attraverso questa visione letificante intuisce la causa e la ragione che le vivifica. Nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma, e da tutto ciò che per lui è buono sale un grido: ” Chi ci ha creati è infinitamente buono “. Attraverso le orme impresse nella natura, segue ovunque il Diletto e si fa scala di ogni cosa per giungere al suo trono.
Abbraccia tutti gli esseri creati con un amore e una devozione quale non si è mai udita, parlando loro del Signore ed esortandoli alla sua lode. Ha riguardo per le lucerne, lampade e candele, e non vuole spegnerne di sua mano lo splendore, simbolo della Luce eterna. Cammina con riverenza sulle pietre, per riguardo a colui, che è detto Pietra. E dovendo recitare il versetto, che dice: Sulla pietra mi hai innalzato, muta così le parole per maggiore rispetto: “Sotto i piedi della Pietra tu mi hai innalzato”.
Quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli. E ordina che l’ortolano lasci incolti i confini attorno all’orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell’orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna.
Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell’inverno.
Chiama col nome di fratello tutti gli animali, quantunque in ogni specie prediliga quelli mansueti.
Ma chi potrebbe esporre ogni cosa? Quella Bontà ” fontale “, che un giorno sarà tutto in tutti, a questo Santo appariva chiaramente fin d’allora come il tutto in tutte le cose.

CAPITOLO CXXV: LE CREATURE GLI RICAMBIANO IL SUO AMORE. IL FUOCO NON LO BRUCIA
Tutte le creature da parte loro si sforzano di contraccambiare l’amore del Santo e di ripagarlo con la loro gratitudine. Sorridono quando le accarezza, danno segni di consenso quando le interroga, obbediscono quando comanda. Sia sufficiente qualche esempio.
Al tempo della sua malattia d’occhi, trovandosi costretto a permettere che lo si curasse, viene chiamato un chirurgo, che giunge portando con sé il ferro per cauterizzare. Ordina che sia messo nel fuoco, sino a che sia tutto arroventato. Il Padre, per confortare il corpo già scosso dal terrore, così parla al fuoco: “Frate mio fuoco, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l’Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile. Sii propizio a me in quest’ora, sii cortese!, perché da gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore grande che ti ha creato di temperare ora il tuo calore in modo che io possa sopportare, se mi bruci con dolcezza “.
Terminata la preghiera, traccia un segno di croce sul fuoco e poi aspetta intrepido. Il medico prende in mano il ferro incandescente e torrido, mentre i frati fuggono vinti dalla compassione. Il Santo invece si offre pronto e sorridente al ferro.
Il cautere affonda crepitando nella carne viva, e la bruciatura si estende a poco a poco dall’orecchio al sopracciglio. Quanto dolore gli abbia procurato il fuoco, ce lo testimoniano le parole del Santo, che lo sapeva meglio di tutti. Infatti, quando ritornarono i frati che erano fuggiti, il Padre disse sorridendo: “Pusillanimi e di poco coraggio, perché siete fuggiti? In verità vi dico, non ho provato né l’ardore del fuoco né alcun dolore della carne”. E rivolto al medico: “Se la carne non è bene cauterizzata, brucia di nuovo”, gli disse.
Il medico, che conosceva ben diverse reazioni in casi simili, magnificò il fatto come un miracolo di Dio: “Vi dico, frati, che oggi ho visto cose mirabili “.
A mio giudizio, il Santo era ritornato alla innocenza primitiva, e quando lo voleva, diventavano con lui miti anche gli elementi crudeli.

CAPITOLO CXXVI: UN UCCELLINO Sl POSA NELLE SUE MANI
Francesco stava attraversando su una piccola barca il lago di Rieti, diretto all’eremo di Greccio e un pescatore gli fece omaggio di un uccellino acquatico, perché se ne rallegrasse nel Signore.
Il Padre lo prese con piacere e, aprendo le mani, lo invitò con bontà a volersene andare liberamente. Ma l’uccellino rifiutò, accovacciandosi nelle sue mani come dentro a un nido. Il Santo rimase con gli occhi alzati in preghiera e poi, dopo lungo tempo, ritornato in se stesso come da lontano, gli ordinò di riprendere senza timore la libertà di prima.
E l’uccellino, avuto il permesso con la benedizione, se ne volò via, dando col movimento del corpo segni di gioia.

CAPITOLO CXXVII: IL FALCO
Mentre Francesco, rifuggendo come era sua abitudine dalla vista e dalla compagnia degli uomini, si trovava in un eremo, un falco che aveva lì il suo nido strinse con lui un solenne patto di amicizia. Ogni notte col canto e col rumore preannunciava l’ora in cui il Santo era solito svegliarsi per le lodi divine. Cosa graditissima, perché con la grande premura che dimostrava nei suoi riguardi, riusciva a scuotere da lui ogni ritardo di pigrizia.
Quando poi il Santo era indebolito più dei solito da qualche malattia, il falco si mostrava riguardoso e non dava così presto il segnale del risveglio Ma come fosse istruito da Dio, solo verso il mattino faceva risuonare con tocco leggero la campana della sua voce.
Non è meraviglia se le altre creature veneravano chi più di tutti amava il Signore

CAPITOLO CXXVIII: LE API
Era stata un tempo costruita una celletta su un monte, e qui il servo di Dio passò quaranta giorni in durissima penitenza. Quando, trascorso il periodo di tempo, se ne partì, la cella rimase vuota senza che altri prendesse il suo posto, essendo il luogo isolato. E rimase pure lì il vasetto di terra, che gli serviva per bere.
Un giorno vi si recarono alcune persone per devozione al Santo: il vaso era pieno di api, che con arte mirabile vi stavano formando le cellette dei favi. Certamente volevano indicare la dolcezza della contemplazione, di cui si era inebriato in quel luogo il Santo di Dio.

CAPITOLO CXXIX: IL FAGIANO
Un nobile della terra di Siena mandò in regalo a Francesco ammalato un fagiano. Il Santo lo accettò con piacere, non per desiderio di mangiarlo, ma perché, come avveniva sempre in questi casi, ne provava gioia per l’amore che aveva al Creatore. E gli disse: ” Sia lodato il nostro Creatore, frate fagiano! “. Poi rivolto ai frati continuò: ” Proviamo ora se frate fagiano vuole rimanere con noi o se  preferisce  ritornare  ai luoghi  abituali e più adatti a lui “.
Un frate, per ordine del Santo, lo portò lontano in una vigna, ma egli se ne ritornò rapidamente alla .cella del Padre. Lo fece porre una seconda volta ancora più lontano, ma ritornò con la più grande celerità alla porta della cella e, quasi facendo violenza si introdusse sotto le tonache dei frati, che erano lì sulla soglia. Allora il Santo ordinò che fosse nutrito con cura, mentre lo abbracciava e lo vezzeggiava con dolci parole.
Vedendo ciò un medico assai devoto di Francesco lo chiese ai frati, non per mangiarlo ma voleva mantenerlo per venerazione verso il Santo. In breve, se lo portò a casa. ma il fagiano, come se fosse rimasto offeso per essere stato separato dal Santo, non volle assolutamente toccare cibo fino a che rimase lontano. Stupito il medico glielo riportò subito e gli raccontò tutto l’accaduto. Appena ii fagiano, deposto a terra, scorse il Padre suo, abbandonò ogni tristezza e comincio a mangiare gioiosamente.

CAPITOLO CXXX: LA CICALA
Alla Porziuncola, su un fico posto accanto alla cella del Santo stava una cicala, che cantava frequentemente con la soavità consueta. Un giorno il Padre, allungando verso di lei la mano, la invitò dolcemente: “Sorella mia cicala, vieni a me! “. Come se comprendesse, subito gli volò sulle mani, e Francesco le disse: “Canta, sorella mia cicala, e loda con gioia il Signore tuo creatore! “.
Essa obbedì senza indugio. Cominciò a cantare e non cessò fino a quando l’uomo di Dio unì la propria lode al suo canto, e le ordinò di ritornare al suo posto. Qui rimase di continuo per otto giorni, come se vi fosse legata. Quando il Padre scendeva dalla cella, l’accarezzava sempre con le mani e le ordinava di cantare. Ed essa era sempre pronta ad obbedire al suo comando.
“Diamo ormai licenza alla nostra sorella cicala–disse un giorno Francesco ai suoi compagni. Ci ha rallegrati abbastanza fino ad ora con la sua lode: la nostra carne non deve trovarvi un motivo di vanagloria”. E subito avuta la sua licenza, si allontanò e non si rivide più in quel luogo.
Davanti a questi fatti, i frati rimanevano grandemente ammirati..

LA CARITÀ – CAPITOLO CXXXI: LA CARITÀ DEL SANTO. PER LA SALVEZZA DELLE ANIME SI DIMOSTRA ESEMPIO DI PERFEZIONE
La forza dell’amore aveva reso Francesco fratello di tutte le altre creature; non è quindi meraviglia se la carità di Cristo lo rendeva ancora più fratello di quanti sono insigniti della immagine del Creatore.
Diceva infatti che niente è più importante della salvezza delle anime, e lo provava molto spesso col fatto che l’Unigenito di Dio si è degnato di essere appeso alla croce per le anime. Da qui derivava il suo impegno nella preghiera, il suo trasferirsi da un luogo all’altro per predicare, la sua grande preoccupazione di dare buon esempio.
Non si riteneva amico di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato. Ed era appunto questo il principale motivo per cui venerava i dottori di sacra Teologia, perché come collaboratori di Cristo esercitavano con lui lo stesso ufficio.
Ma al di sopra di ogni misura, amava di un amore particolarmente intimo, con tutto l’affetto del cuore, i frati, come familiari di una fede speciale e uniti dalla partecipazione alla eredità eterna.
Quando gli facevano notare il rigore della sua vita, rispondeva di essere stato dato come modello all’Ordine, per incoraggiare come aquila i suoi piccoli al volo. Perciò, quantunque la sua carne innocente, che già spontaneamente si assoggettava allo spirito, non avesse bisogno di castigo per colpe commesse, tuttavia moltiplicava le sue penitenze per dare l’esempio, e batteva vie difficili solo per incoraggiare gli altri.
E ben a ragione. Perché si guarda più ai fatti che alle parole dei superiori. Con i fatti, Padre, tu convincevi più soavemente, persuadevi con più facilità ed anche presentavi la prova più convincente.
Se i superiori parlassero anche la lingua degli uomini e degli angeli, ma non accompagnano le parole con esempi di carità, a me giovano poco, a se stessi niente. In realtà, quando chi corregge non è temuto in nessun modo e il capriccio tiene luogo della ragione, bastano forse i sigilli alla salvezza?
Tuttavia si deve mettere in pratica ciò che essi dicono autorevolmente, affinché la corrente d’acqua giunga alle aiuole, anche se i canali rimangono aridi. E di tanto in tanto si raccolga la rosa dalle spine, in modo che il maggiore serva al minore.38

CAPITOLO CXXXII: LA SUA PREMURA PER I SUDDITI
E inoltre chi possiede la stessa premura di Francesco per i sudditi? Egli alzava sempre le mani al cielo in favore dei veri Israeliti, e a volte, dimentico di sé, provvedeva prima alla salvezza dei fratelli. Si prostrava ai piedi della Maestà divina, offriva un sacrificio spirituale per i suoi figli, e pregava Dio a beneficarli. Vegliava con trepido amore sul piccolo gregge, che si era condotto dietro, perché non gli capitasse che, dopo aver lasciato questo mondo, perdesse anche il cielo. Ed era convinto che un giorno sarebbe rimasto senza gloria, se nello stesso tempo non ne avesse reso meritevoli e partecipi quanti gli erano stati affidati, e che il suo spirito dava alla luce con dolore maggiore di quello provato dalle viscere materne.

CAPITOLO CXXXIII: LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI
Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità. Se a volte la bontà dei secolari gli mandava qualche corroborante per la sua salute, lo regalava agli altri ammalati, mentre ne aveva bisogno più di tutti. Faceva proprie le loro sofferenze e li consolava con parole di compassione, quando non poteva recare loro soccorso. Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato . Tuttavia ammoniva i sofferenti a sopportare pazientemente le privazioni e a non gridare allo scandalo, se non erano soddisfatti in tutto. Per cui in una Regola fece scrivere così: ” Prego tutti i miei frati infermi, che nelle loro infermità non si adirino né si turbino contro Dio o contro i fratelli. Non chiedano con insistenza le medicine, né desiderino troppo di risanare il corpo, che è nemico dell’anima e destinato a morire presto. Di ogni cosa sappiano rendere grazie a Dio, in modo da essere quali li vuole il Signore. Perché quelli che Dio ha preordinati alla vita eterna, li ammaestra col pungolo dei flagelli e delle malattie. Ha detto infatti:–lo correggo e castigo quelli che amo–”.
Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po’ d’uva. Lo accompagnò in una vigna, e sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiarne per primo.

CAPITOLO CXXXIV: LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI DI SPIRITO. Dl QUELLI CHE AGISCONO DIVERSAMENTE
Amava con maggiore bontà e sopportava con pazienza quelli che sapeva turbati da tentazioni e deboli di spirito, come bambini fluttuanti. Per cui, evitando le correzioni aspre, dove non vedeva un pericolo, risparmiava la verga per riguardo alla loro anima. E soleva dire che è dovere del superiore, padre e non tiranno, prevenire l’occasione della colpa e non permettere che cada chi poi difficilmente potrebbe rialzarsi, una volta caduto.
Oh, quanto è degna di compassione la nostra stoltezza! Non soltanto non rialziamo o sosteniamo i deboli, ma a volte li spingiamo a cadere. Giudichiamo di nessuna importanza sottrarre al Sommo Pastore una pecorella, per la quale sulla croce gettò un forte grido con lacrime. Ma ben diversamente tu, padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli !.
Sappiamo tuttavia che i mali della propria volontà sono in alcuni talmente radicati da richiedere il cauterio, non l’unguento. Infatti è chiaro che per molti è più utile l’essere stritolati con verga di ferro, che essere accarezzati con le mani. Ma l’olio ed il vino, la verga e il bastone, lo zelo e l’indulgenza, la bruciatura e l’unzione, il carcere ed il grembo materno, ogni cosa ha il suo tempo. Tutto ciò richiede il Dio delle vendette e il Padre delle misericordie: però preferisce la misericordia al sacrificio.

CAPITOLO CXXXV: I FRATI SPAGNUOLI
Questo uomo santissimo era meravigliosamente rapito in Dio e traboccava di gioia, quando giungeva sino a lui il buon odore dei suoi figli.
Avvenne che un ecclesiastico spagnuolo, persona pia, ebbe la fortuna di incontrarsi e di parlare con san Francesco. Tra le altre cose che riferì riguardo ai frati che si trovavano in Spagna, rese felice il Santo con questa notizia:
“I tuoi frati nel nostro paese vivono in un povero eremo, e si sono dati questo regime di vita: metà attendono ai lavori domestici e metà alla contemplazione. Ogni settimana, il gruppo degli attivi passa alla contemplazione e quello dei contemplativi all’esercizio del lavoro.
“Un giorno era già stata preparata la tavola, e, dato il segnale per chiamare gli assenti, arrivano tutti, eccetto uno, del gruppo contemplativo. Dopo un po’ vanno alla sua cella per chiamarlo a tavola, ma egli già si nutriva alla mensa ben più lauta del Signore.
“Era prostrato con la faccia a terra, le braccia aperte in forma di croce e non dava segno di vita né col respiro né con altro movimento. Due candelabri accesi, uno al capo e l’altro ai piedi, illuminavano la cella con una luce sfolgorante, in modo meraviglioso.
“Lo lasciano in pace per non turbare l’estasi e non svegliare la diletta, sino a che non voglia. Però i frati cercano di osservare attraverso le fessure della cella, stando dietro il muro e spiando per le inferriate. Per essere brevi, mentre ivi, gli amici sono intenti ad ascoltare colei che se ne stava nel giardino, all’improvviso scompare tutto quel bagliore ed il frate ritorna in se stesso. Subito si alza e, recatosi a tavola, si accusa di essere giunto in ritardo.
“Ecco–concluse l’ecclesiastico spagnuolo–quanto è accaduto nella nostra terra!”.
Francesco non stava in sé dalla gioia, inebriato com’era dal profumo dei suoi figli. Subito si mise a lodare il Signore e come se il sentire parlare bene dei frati fosse l’unica sua gloria, esclamò dal più profondo del cuore: “Ti ringrazio, Signore, che santifichi e guidi i poveri, perché mi hai riempito di gioia con queste notizie! Benedici, ti prego, con la più ampia benedizione e santifica con una grazia particolare tutti quelli che rendono odorosa di buoni esempi la loro professione religiosa! “.

CAPITOLO CXXXVI: CONTRO QUELLI CHE VIVONO MALAMENTE NEGLI EREMI. TUTTO DEVE ESSERE IN COMUNE
Abbiamo conosciuto da questi fatti la carità del Santo, virtù che porta a godere dei successi delle persone care. Però siamo convinti che nello stesso tempo siano stati rimproverati assai quelli che negli eremitori vivono in modo diverso.
Molti infatti trasformano il luogo della contemplazione in ozio e il modo di vivere eremitico, istituito per consentire alle anime la perfezione, lo riducono ad un luogo di piacere.. Questa è oggi la norma dei nostri anacoreti: vivere ciascuno secondo il proprio capriccio.
Certo questo rimprovero non è per tutti. Sappiamo che vi sono dei santi ancora viventi nella carne, che nell’eremo seguono ottime leggi. Sappiamo pure che i padri che li hanno preceduti sono stati fiori di rara bellezza. Voglia il cielo che gli eremiti del nostro tempo non tralignino da quello splendore primitivo, che per la sua santità merita una lode eterna!
Inoltre, quando Francesco esortava tutti alla carità, li invitava a dimostrare affabilità e cortese dimestichezza. Voglio – diceva – che i miei frati si dimostrino figli della stessa madre, e che si prestino a vicenda generosamente la tonaca, la corda o ciò che uno avrà chiesto all’altro. Mettano in comune libri e tutto ciò che può essere gradito ed anzi, direi di più; li costringano ad accettarli “.
Ed anche a questo riguardo era il primo a darne l’esempio, per non dire cosa alcuna che prima non adempisse in lui il Cristo.

CAPITOLO CXXXVII: CEDE LA TONACA A DUE FRATI DELLA FRANCIA
Capitò a due frati della Francia, uomini di grande santità, di incontrare Francesco; ne provarono una gioia incredibile, tanto più che da lungo tempo erano tormentati da questo desiderio. Dopo tenere effusioni di affetto ed uno scambio soave di parole, furono spinti dalla loro ardente devozione a chiedere a Francesco la tonaca. Il Santo se ne spogliò subito, rimanendo seminudo e gliela diede devotissimamente; poi indossò con pio scambio quella più povera di uno di loro.
Era pronto a dare non soltanto simili cose, ma a dare tutto se stesso, e quando gli veniva chiesto, lo donava con la massima gioia

LA DETRAZIONE – CAPITOLO CXXXVIII: PUNIZIONE DEI DETRATTORI
Infine, come ogni animo ripieno di carità, così anche Francesco detestava chi era odioso a Dio. Ma fra tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i detrattori e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo. Perciò evitava i maldicenti e le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l’orecchio, come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro chiacchiere.
Un giorno udi un frate che denigrava il buon nome di un altro, e rivoltosi al suo vicario frate Pietro di Cattanio, proferì queste terribili parole: “Incombono gravi pericoli all’Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio. muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo! ” (chiamava pugile fr. Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza).
“Voglio–diceva ancora–che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero”.
A volte, addirittura, riteneva giusto che si spogliasse della tonaca chi aveva spogliato suo fratello della gloria del buon nome, e che non dovesse alzare gli occhi a Dio, se prima non restituiva ciò che aveva portato via.
Da qui ne era derivato che i frati di quel tempo, quasi rifiutassero in modo particolare questo vizio, avevano stabilito fra di loro il patto di evitare attentamente tutto ciò potesse nuocere o suonasse offesa all’onore degli altri.
Cosa giusta e veramente ottima! Cos’è infatti il detrattore se non il fiele degli uomini, fermento di malvagità, disonore del mondo? Cos’è l’uomo doppio di lingua, se non lo scandalo dell’Ordine, il veleno del chiostro religioso, la disgregazione dell’unità?
Ahimè, la terra abbonda di animali velenosi ed è impossibile che una persona onesta sfugga i morsi degli invidiosi! Si promettono premi ai delatori e, distrutta l’innocenza, si dà a volte la palma alla falsità. Ecco, quando uno non riesce a vivere della sua onestà, guadagna vitto e vesti devastando l’onestà altrui.
A questo riguardo ripeteva spesso Francesco: “Il detrattore dice così:–Mi manca la perfezione della vita, non ho il prestigio della scienza, né doni particolari: perciò non trovo posto né presso Dio né presso gli uomini. So io cosa fare: getterò fango sugli eletti e mi acquisterò il favore dei grandi. So che il mio superiore è un uomo e alle volte fa uso del mio stesso metodo, cioè sradicare i cedri perché nella selva grandeggi unicamente il pruno. Miserabile!, nutriti pure di carne umana e rodi le viscere dei fratelli, giacché non puoi vivere diversamente! “.
Costoro si preoccupano di apparire buoni, non di diventarlo, accusano i vizi altrui ma non depongono i propri. Sanno soltanto adulare quelli, dalla cui autorità desiderano di essere protetti, e diventano muti quando pensano che le lodi non raggiungano l’interessato. Vendono a prezzo di lodi funeste il pallore della loro faccia emaciata, per sembrare spirituali, in modo da giudicare tutto e non essere giudicati da nessuno. Godono della fama di essere santi, senza averne le opere, del nome di angeli ma non ne hanno la virtù.

RITRATTO DEL MINISTRO GENERALE E DEGLI ALTRI MINISTRI – CAPITOLO CXXXIX: COME DEBBA COMPORTARSI CON I COMPAGNI
Quando Francesco stava per giungere al traguardo della sua chiamata al Signore, un frate sempre premuroso delle cose divine, mosso da affetto per l’Ordine gli domandò: “Padre, tu passerai da questa vita, e la famiglia che ti ha seguito rimane abbandonata in questa valle di lacrime. Indica uno, se conosci che esista nell’Ordine, che soddisfi il tuo spirito e al quale si possa addossare con tranquillità il peso di ministro generale “. Francesco, accompagnando le singole parole con sospiri rispose: “Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso. Ma voglio dipingervi e, come si dice, modellare la figura, nella quale si veda chiaramente quale deve essere il padre di questa famiglia”.
“Deve essere — proseguì –un uomo di vita quanto mai austera, di grande discrezione e lodevole fama. Un uomo che non conosca simpatie particolari, perché, mentre predilige una parte, non generi scandalo in tutta la comunità. Si applichi con zelo alla preghiera e sappia distribuire determinate ore alla sua anima e altre al gregge che gli è affidato. Così, di primo mattino deve premettere il sacrificio della Messa e raccomandare con lunga preghiera se stesso ed il suo gregge alla protezione divina. Dopo l’orazione poi, Si metta a disposizione dei religiosi, disposto a lasciarsi importunare da tutti, pronto a rispondere e a provvedere a tutti con affabilità. Deve essere una persona, che non presenti alcun angolo oscuro di turpe favoritismo e che abbia per i piccoli ed i semplici la stessa premura che ha per i maggiori e i dotti Anche ammettendo che emerga per cultura, tuttavia ancor più nella sua condotta sia il ritratto della virtuosa semplicità e coltivi la virtù. Deve avere in orrore il denaro, principale rovina della nostra vita religiosa e della perfezione e, come capo di un Ordine povero, presentandosi modello agli altri, non abusi mai di alcuna somma di denaro”.
E continuò: “Gli deve bastare personalmente l’abito ed un registro, per i frati invece un portapenne ed il sigillo, Non sia collezionista di libri, né molto dedito alla lettura, per non sottrarre all’ufficio il tempo che dedica allo studio. Consoli gli afflitti, essendo l’ultimo rifugio per i tribolati, perché non avvenga che, non trovando presso di lui rimedi salutari, gli infermi si sentano sopraffatti dal morbo della disperazione. Umíli se stesso, per piegare i protervi alla mitezza, e lasci cadere parte del suo diritto, per conquistare un’anima a Cristo. Quanto ai disertori dell’Ordine, come a pecorelle smarrite, non chiuda loro le viscere della sua misericordia, ben sapendo che sono violentissime le tentazioni, che possono spingere a tanto.
“Vorrei che tutti l’onorassero come rappresentante di Cristo, e si provvedesse a tutte le sue necessità con ogni benevolenza. Da parte sua non dovrebbe lasciarsi solleticare dagli onori, né provare più gusto dei favori che delle ingiurie. Se a volte, perché debole o stanco, avesse bisogno di un cibo più abbondante, sarebbe opportuno lo prendesse non di nascosto, ma in luogo pubblico per togliere ad altri il rossore di dovere provvedere alla propria debolezza fisica.
“È suo compito soprattutto indagare nel segreto delle coscienze per estrarre la verità dalle vene più occulte, ma non presti orecchio a chi fa pettegolezzi. Infine, deve essere tale da non macchiare in nessun modo l’aspetto virile della giustizia per la smania di mantenere la carica, e che senta più un peso che un onore sì alto ufficio. Guardi tuttavia che l’eccessiva bontà non generi rilassamento, né la condiscendenza colpevole il dissolvimento della disciplina, in modo da essere amato da tutti, ma anche non meno temuto da quanti operano il male.
“Vorrei anche che avesse come collaboratori persone fornite di onestà e che si presentino, come lui, esempio di ogni virtù: rigidi contro le attrattive mondane, forti contro le difficoltà, e tanto convenientemente affabili, da accogliere con santa affabilità quanti ricorrono a loro.
“Ecco–concluse–come dovrebbe essere il ministro generale dell’Ordine”.

CAPITOLO CXL: I MINISTRI PROVINCIALI
Il beato padre pretendeva tutti questi requisiti anche nei ministri provinciali, quantunque nel ministro generale le singole qualità debbano eccellere in modo particolare. Li voleva affabili verso gli inferiori, e tanto benigni e sereni che i colpevoli non avessero timore di affidarsi al loro affetto. Come pure, che fossero moderati nei comandi, benevoli nelle mancanze, più facili a sopportare che a ritorcere le offese, nemici dichiarati dei vizi e medici per i peccatori. In una parola, esigeva in essi una condotta tale che la loro vita fosse specchio di disciplina per tutti gli altri. Però voleva anche che fossero circondati di ogni onore ed affetto, come coloro da portano il peso delle preoccupazioni e delle fatiche.
E diceva che sono degni di grandissimi premi davanti a Dio quelli che con tale animo e tale norma governano le anime loro affidate.

CAPITOLO CXLI: RISPOSTA DEL SANTO A UNA DOMANDA RIGUARDO Al MINISTRI
Fu interrogato una volta da un frate perché avesse rinunciato alla cura di tutti i frati e li avesse affidati a mani altrui, come se non gli appartenessero in nessun modo. “Figlio,– rispose–io amo i frati come posso. Ma se seguissero le mie orme, li amerei certamente di più e non mi renderei estraneo a loro. Vi sono alcuni tra i prelati, che li trascinano per altre strade, proponendo loro gli esempi degli antichi e facendo poco conto dei miei ammonimenti. Ma si vedrà alla fine cosa fanno “.
E poco dopo, mentre era molto ammalato, nella veemenza dello spirito, si drizzò sul lettuccio: “Chi sono–esclamò–questi che mi hanno strappato dalle mani l’Ordine mio e dei frati? Se andrò al Capitolo generale, mostrerò loro qual’è la mia volontà “.
Insisté il frate: “Non cambierai forse anche quei ministri provinciali, che così a lungo hanno abusato della libertà?”. Il Padre gemendo diede questa terribile risposta: “Vivano pure come a loro piace, perché la perdizione di pochi è di minor danno che quella di molti!”.
Non si riferiva a tutti, ma ad alcuni che per l’eccessiva lunghezza di superiorato sembravano pretenderlo come eredità.
A qualunque categoria poi di superiori regolari, raccomandava questo soprattutto: di non mutare le usanze se non in meglio, di non mendicare né cattivarsi favori; di non esercitare un potere, ma compiere un dovere.

LA SANTA SEMPLICITÀ – CAPITOLO CXLII: IN CHE CONSISTA LA VERA SEMPLICITÀ
Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.
E’ quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.
È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità“.

CAPITOLO CXLIII: FRATE GIOVANNI IL SEMPLICE
Mentre Francesco passava accanto ad un borgo nelle vicinanze di Assisi, gli andò incontro un certo Giovanni, uomo semplicissimo che stava arando nel campo, e gli disse “Voglio che tu mi faccia frate, perché da molto tempo desidero servire Dio”. Il Santo ne provò gioia, considerando la sua semplicità, e rispose secondo il suo desiderio: “Se vuoi, fratello, diventare nostro compagno, dà ai poveri ciò che possiedi e ti accoglierò dopo che ti sarai espropriato di tutto”.
Immediatamente scioglie i buoi e ne offre uno a Francesco. “Questo bue–dice –diamolo ai poveri! Perché questa è la parte che ho diritto di ricevere dai beni di mio padre”. Il Santo sorrise e approvò la sua grande semplicità.
Appena i genitori e i fratelli più piccoli seppero la cosa, accorsero in lacrime, addolorati più di rimanere privi del bue che del congiunto. “Coraggio,–rispose loro il Santo–ecco, vi restituisco il bue e mi prendo il frate”. Lo condusse con sé, e dopo averlo vestito dell’abito religioso, lo prese come compagno particolare in grazia della sua semplicità.
Quando Francesco stava in qualche luogo a meditare, il semplice Giovanni ripeteva in sé e imitava subito tutti i gesti o i movimenti che egli faceva. Se sputava, sputava; se tossiva, tossiva; univa i sospiri ai sospiri ed il pianto al pianto. Se il Santo levava le mani al cielo, le alzava egli pure, fissandolo con diligenza come un modello e facendo sua ogni mossa.
Il Santo se ne accorse e gli chiese una volta, perché facesse così. “Ho promesso–rispose–di fare tutto ciò che fai tu. Sarebbe pericoloso per me trascurare qualche cosa”. Francesco si rallegrò di quella schietta semplicità, ma gli proibì con dolcezza di fare più così in futuro.
Dopo non molto tempo in questa purità passò con semplicità al Signore. E quando Francesco proponeva alla imitazione la sua vita–ciò che avveniva di frequente-, lo chiamava con grande piacevolezza non frate Giovanni, ma san Giovanni.
Osserva ora che è segno distintivo della pia semplicità vivere secondo le leggi dei maggiori, seguire sempre gli esempi e gli insegnamenti dei Santi. Chi concederà ai saggi di questo mondo di imitare con tanto trasporto Francesco, ora che egli è glorificato in cielo, quanto ne ebbe questo frate semplice nell’imitarlo mentre era sulla terra ? E in realtà, dopo aver seguito il Santo da vivo, lo ha preceduto nella eterna vita.

CAPITOLO CXLIV: SUA PREMURA PER L’ UNIONE TRA I FIGLI. UNA PARABOLA A QUESTO RIGUARDO
Fu suo desiderio costante e vigile premura mantenere tra i figli il vincolo dell’unità, in modo che vivessero concordi nel grembo di una sola madre quelli che erano stati attratti dallo stesso spirito e generati dallo stesso padre. Voleva che si fondessero maggiori e minori, che i dotti si legassero con affetto fraterno ai semplici, che i religiosi pur lontani tra loro si sentissero uniti dal cemento dell’amore.
Una volta raccontò loro questa parabola ricca di significato. ” Ecco, supponiamo che si faccia un Capitolo generale di tutti i religiosi che sono nella Chiesa ! Poiché vi sono dotti e ignoranti, sapienti ed altri che sanno piacere a Dio, pur essendo senza cultura, viene incaricato a parlare uno dei sapienti e uno dei semplici”.
Il sapiente riflette–non per niente è dotto!–e pensa tra sé: ” Non è questo il luogo di fare sfoggio di dottrina, perché vi sono qui luminari di scienza, e neppure farmi notare per ricercatezza nell’esporre cose sottili fra persone di ingegno sottilissimo. Forse sarà più fruttuoso parlare con semplicità“.
Arriva il giorno fissato e si radunano insieme tutte le comunità dei santi assetate di udire il discorso. Avanza il sapiente vestito di sacco, la testa cosparsa di cenere e, con meraviglia di tutti, predicando più con l’atteggiamento, dice brevemente: ” Abbiamo promesso grandi cose, maggiori sono promesse a noi; osserviamo quelle ed aspiriamo a queste. Il piacere è breve, la pena eterna, piccola la sofferenza, infinita la gloria. Molti i chiamati, pochi gli eletti, ma tutti avranno la retribuzione!”.
Scoppiano in lacrime gli ascoltatori col cuore compunto e venerano come santo quel vero sapiente.
“Ecco–esclama in cuor suo il semplice–questo sapiente mi ha portato via tutto ciò che avevo stabilito di fare e di dire. Ma so io cosa fare. Conosco alcuni versetti dei salmi. Farò io la parte del sapiente, giacché lui ha fatto quella del semplice “. Giunge la sessione del giorno dopo, il frate semplice si alza a parlare e propone come tema un salmo. E, infervorato dallo Spirito di Dio, parla con tanto calore, acume e dolcezza, seguendo il dono dell’ispirazione celeste, che tutti sono pieni di stupore ed esclamano giustamente: “Con i semplici parla il Signore “.
Dopo aver esposto la parabola, l’uomo di Dio la commentava così: “La grande assemblea è il nostro Ordine, quasi un sinodo generale che si raccoglie da ogni parte del mondo sotto una sola norma di vita. In questo i sapienti traggono a loro vantaggio le qualità proprie dei semplici, perché vedono persone senza cultura cercare con ardore le cose celesti e, pur senza istruzione umana, raggiungere per mezzo dello Spirito la conoscenza delle realtà spirituali.
“In questo Ordine anche i semplici traggono profitto da ciò che è proprio dei sapienti, quando vedono umiliarsi con loro allo stesso modo uomini illustri, che potrebbero vivere carichi di onori in questo mondo. Da qui — concluse — risalta la bellezza di questa beata famiglia, che per le sue molteplici qualità forma la gioia del padre di famiglia”.

CAPITOLO CXLV: COME IL SANTO VOLEVA LA TONSURA
Quando Francesco si faceva la tonsura, spesso ripeteva a chi gli tagliava i capelli: “Bada di non farmi una corona troppo larga! Perché voglio che i miei frati semplici abbiano parte nel mio capo”.
Voleva appunto che l’Ordine fosse aperto allo stesso modo ai poveri e illetterati, e non soltanto ai ricchi e sapienti. “Presso Dio–diceva–non vi è preferenza di persone, e lo Spirito Santo, ministro generale dell’Ordine, si posa egualmente sul povero ed il semplice”.
Avrebbe voluto inserire proprio questa frase nella Regola, ma non fu possibile perché era già stata confermata con bolla.

CAPITOLO CXLVI: QUALE GENERE Dl ESPROPRIAZIONE RICHIEDEVA DALLE PERSONE DOTTE CHE VOLEVANO ENTRARE NELL’ ORDINE
Una volta disse che un uomo di grande cultura, se vuole entrare nell’Ordine, deve rinunciare in qualche modo anche alla scienza, per offrirsi nudo alle braccia del Crocifisso, dopo essersi espropriato di questa forma di possesso.
“La scienza– spiegò–rende numerose persone restie alla perfezione, perché dona loro una certa rigidità, che non si piega agli insegnamenti umili. Per questo vorrei che un uomo letterato mi facesse prima questa preghiera:” Ecco, fratello, ho vissuto a lungo nel mondo e non ho conosciuto veramente il mio Dio. Ti prego, concedimi un luogo lontano dallo strepito degli uomini, dove possa ripensare nel dolore ai miei anni e dove, raccogliendo le dissipazioni del mio cuore, possa riformare in meglio lo spirito”. Secondo voi–continuò–quale diverrebbe uno che incominciasse così? Certamente ne uscirebbe come un leone libero dalle catene, pronto a tutto, e la linfa- spirituale assorbita in principio aumenterebbe in lui con un progresso continuo. Alla fine, gli si potrebbe affidare con sicurezza il ministero della parola, certi che riverserebbe sugli altri il fervore che lo brucia”.
Insegnamento veramente santo! Cosa ci può essere di più necessario per chi proviene da un ambiente così diverso, che rimuovere e togliere del tutto con la pratica dell’umiltà gli affetti mondani da lungo tempo consolidati e impressi nell’animo? Ben presto diverrebbe perfetto chi entrasse nella scuola della perfezione.

CAPITOLO CXLVII: COME I DOTTI DEVONO DEDICARSI ALLO STUDIO. IL SANTO APPARE AD UN COMPAGNO CHE Sl DEDICAVA ALLA PREDICAZIONE
Provava vivo dolore se uno si dedicava alla scienza trascurando la virtù, soprattutto se non rimaneva stabile nella vocazione in cui era quando da principio fu chiamato “I miei frati–diceva–che si lasciano attrarre dalla curiosità della scienza, si troveranno le mani vuote nel giorno della retribuzione. Preferirei che si irrobustissero maggiormente con le virtù in modo da avere con loro il Signore nell’angustia, una volta giunta l’ora della tribolazione. Perché –continuò–sta per giungere una tribolazione tale che i libri, buoni a nulla, saranno abbandonati negli armadi e nei ripostigli “.
Non diceva questo perché gli dispiacessero gli studi della Scrittura, ma per distogliere tutti da una premura eccessiva di imparare, e perché preferiva che fossero tutti buoni per carità piuttosto che saputelli per curiosità.
Presentiva anche che sarebbe venuto presto il tempo, in cui la scienza sarebbe stata occasione di rovina, e al contrario sostegno dello spirito l’aver atteso alla vita spirituale.
Un frate laico desiderava aver un salterio e ne chiese licenza a Francesco. Ma egli invece del salterio gli presentò della cenere.
Ad uno dei suoi compagni che si dedicava un tempo alla predicazione, apparve in visione dopo morte e glielo proibì, ordinandogli di seguire la via della semplicità. E Dio è testimone che, dopo questa visione, il frate provò tanta dolcezza, che per numerosi giorni ebbe l’impressione che gli risuonassero direttamente all’orecchio le parole stillanti rugiada del Padre.

LE DEVOZIONI PARTICOLARI DEL SANTO – CAPITOLO CXLVIII: SUA COMMOZIONE NEL SENTIRE NOMINARE L’ AMORE Dl DlO
Penso che non sia inutile né indegno toccare di passaggio e in breve le devozioni particolari di san Francesco. Questo uomo praticava tutte le devozioni, perché godeva dell’unzione dello Spirito, tuttavia provava uno speciale affetto verso alcune forme particolari di pietà.
Fra le altre parole, che ricorrevano spesso nel parlare, non poteva udire l’espressione ” amore di Dio ” senza provare una certa commozione. Subito infatti, al suono di questa espressione “amore di Dio” si eccitava, si commoveva e si infiammava, come se venisse toccata col plettro della voce la corda interiore del cuore.
È una prodigalità da nobili, ripeteva, offrire questa ricchezza in cambio dell’elemosina e sono quanto mai stolti quelli che l’apprezzano meno del denaro. Da parte sua, osservò infallibilmente sino alla morte il proposito, che aveva fatto quando era ancora nel mondo, di non respingere alcun povero che gli chiedesse per amore di Dio.
Una volta un povero gli chiese la carità per amore di Dio. Siccome non aveva nulla, il Santo prese di nascosto le forbici e si preparò a spartire la sua misera tonaca. E l’avrebbe certamente fatto se non fosse stato scoperto dai frati, ai quali però ordinò di provvedere con altro compenso al povero.
Diceva: ” Dobbiamo amare molto l’amore di Colui che ci ha amati molto “.

CAPITOLO CXLIX: LA SUA DEVOZIONE AGLI ANGELI. COSA FACEVA PER AMORE Dl SAN MICHELE
Venerava col più grande affetto gli angeli, che sono con noi sul campo di battaglia e con noi camminano in mezzo all’ombra della morte. Dobbiamo venerare, diceva questi compagni che ci seguono ovunque e allo stesso modo invocarli come custodi. Insegnava che non si deve offendere il loro sguardo, né osare alla loro presenza ciò che non si farebbe davanti agli uomini. E proprio perché in coro si salmeggia davanti agli angeli, voleva che tutti quelli che potevano si radunassero nell’oratorio e lì salmeggiassero con devozione.
Ripeteva spesso che si deve onorare in modo più solenne il beato Michele, perché ha il compito di presentare le anime a Dio. Perciò ad onore di san Michele, tra la festa dell’Assunzione e la sua, digiunava con la massima devozione per quaranta giorni. E diceva: “Ciascuno ad onore di così glorioso principe dovrebbe offrire a Dio un omaggio di lode o qualche altro dono particolare”.

CAPITOLO CL: SUA DEVOZIONE ALLA NOSTRA SIGNORA ALLA QUALE AFFIDÒ IN MODO PARTICOLARE L’ORDINE
Circondava di un amore indicibile la Madre di Gesù, perché aveva reso nostro fratello il Signore della maestà. A suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, offriva affetti tanti e tali che lingua umana non potrebbe esprimere, Ma ciò che maggiormente riempie di gioia, la costituì Avvocata dell’Ordine e pose sotto le sue ali i figli, che egli stava per lasciare, perché vi trovassero calore e protezione sino alla fine.
Orsù, Avvocata dei poveri! Adempi verso di noi il tuo ufficio di Protettrice fino al tempo prestabilito dal Padre.

CAPITOLO CLI: LA SUA DEVOZIONE AL NATALE DEL SIGNORE E COME VOLEVA CHE IN TALE GIORNO Sl PORTASSE SOCCORSO A TUTTI
Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con. ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca.
Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno.
Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. “Se potrò parlare all’imperatore — diceva — lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza”.
Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina.
Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: ” Sappiate–rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore–che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto”

CAPITOLO CLII: LA SUA DEVOZIONE AL CORPO DEL SIGNORE
Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare ogni giorno la Messa, anche se unica, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio dl tutte le sue membra, e, quando riceveva l’agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore.
Per questo amava la Francia, perché era devota del Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri.
Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro. ).
Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. “Se mi capitasse – diceva spesso – di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: Ohi! Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!”

CAPITOLO CLIII: LA SUA DEVOZIONE ALLE RELIQUIE DEI SANTI
Zelantissimo com’era del culto divino, questo uomo non trascurava di onorare debitamente nulla di ciò che si riferisce a Dio.
Mentre si trovava a Monte Casale, in territorio di Massa, comandò ai frati di trasportare con la massima riverenza le sante reliquie da una chiesa completamente abbandonata alla loro casa. Sentiva pena che già da troppo tempo fossero rimaste senza venerazione. Ma, essendo egli partito di lì per urgente motivo, i figli dimenticarono l’ordine del Padre e non tennero in gran conto il merito dell’obbedienza.
Un giorno, mentre i frati si preparavano a celebrare la Messa, tolsero, come d’uso, la coperta dell’altare: trovarono ossa bellissime, che spandevano un soave profumo, e rimasero assai stupiti a quello spettacolo mai visto.
Ritornato poco dopo il Santo, si informò diligentemente se avevano eseguito il suo comando. Ma i frati confessarono umilmente la loro colpa, di aver trascurata l’obbedienza, e con la penitenza ottennero anche il perdono. Il Santo esclamò: “Sia benedetto il Signore mio Dio, che ha compiuto lui stesso ciò che avreste dovuto fare voi!”.
Considera ora attentamente quanto sia stato devoto Francesco, osserva quale sia la premura di Dio per la nostra polvere e intona un canto di lode alla santa obbedienza. Perché se alla voce del Santo non si è piegato l’uomo, alle sue preghiere ha obbedito Dio.

CAPITOLO CLIV: LA SUA DEVOZIONE ALLA CROCE E UN SEGRETO MISTERIOSO
Infine, chi potrebbe spiegare o chi potrebbe capire come la sua unica gloria sia stata nella croce del Signore? Solo lo può sapere chi, unico, ha avuto la grazia di provarlo.
Certo, anche se ne avessimo qualche leggera esperienza, le nostre parole, insudiciate come sono dall’uso di cose comuni e senza valore, non sarebbero in grado di esprimere così grandi meraviglie. E forse, proprio per questo si è dovuto manifestare nella carne, perché sarebbe stato impossibile esprimerlo a parole.
Parli dunque il silenzio, dove vien meno la parola, perché dove non soccorre l’espressione, anche la cosa segnata grida da sé. Solo questo ascolti l’orecchio umano, che non è ancora in tutto chiaro per qual motivo sia apparso nel Santo questo mistero; infatti quel tanto che è stato da lui rivelato non si può comprendere che in funzione del futuro. Sarà veritiero e degno di fede, colui al quale saranno testimoni natura, legge e grazia.

LE POVERE DAME – CAPITOLO CLV: COME VOLEVA CHE I FRATI SI COMPORTASSERO CON LORO
Non è giusto tralasciare il ricordo dell’edificio spirituale, molto più nobile di quello materiale, che il Padre dopo la riparazione della chiesa, innalzò in quel luogo sotto la guida dello Spirito Santo, per accrescere la città celeste.
E non si può credere che Cristo gli abbia parlato dal legno della Croce in un modo così stupendo da incutere timore e dolore in chi ne sente parlare, solo per riparare un’opera cadente, destinata a perire. Ma, come un tempo aveva predetto lo Spirito Santo, lì doveva sorgere un Ordine di sante vergini, destinato ad essere trasferito a suo tempo, come massa scelta di pietre vive, per restaurare la casa celeste.
Veramente, dopo che le vergini di Cristo cominciarono a raccogliersi in quel luogo provenendo da varie parti del mondo e vi fecero professione di somma perfezione osservando una povertà altissima, nello splendore di ogni virtù, il Padre sottrasse loro a poco a poco la sua presenza fisica. Tuttavia intensificò la sua premura amandole ancor più nello Spirito Santo.
Infatti, quando il Padre, dalle numerose prove di altissima perfezione che avevano date, le conobbe pronte a sostenere per Cristo ogni danno terreno ed ogni sacrificio e decise a non deviare mai dalle sante norme ricevute, promise fermamente a loro ed alle altre, che avrebbero professata la povertà nella stessa forma di vita, che avrebbe dato il suo aiuto e consiglio e quello dei suoi frati in perpetuo. Finché visse, mantenne sempre scrupolosamente queste promesse e, prossimo a morire, comandò con premura che si continuasse sempre: perché, diceva, un solo e medesimo spirito ha fatto uscire i frati e quelle donne poverelle da questo mondo malvagio.
E poiché i frati un giorno mostravano meraviglia, perché non visitasse più spesso personalmente quelle ancelle di Cristo, così sante, rispose: “Non crediate, carissimi, che io non le ami pienamente. Se infatti fosse una colpa prendersi cura di loro in Cristo, non sarebbe ancora più grave l’averle sposate a Cristo? Non averle chiamate, certo, non sarebbe stata colpa, ma non averne cura dopo averle chiamate, sarebbe enorme crudeltà. Ma vi do l’esempio perché anche voi facciate come io ho fatto. Non voglio che alcuno si offra spontaneamente a fare loro visita, ma ordino che siano incaricati del loro servizio quelli che lo fanno contro voglia e sono maggiormente riluttanti, e soltanto persone di spirito, provati da una degna e lunga vita religiosa”.

CAPITOLO CLVI: RIPRENDE ALCUNI CHE ANDAVANO VOLENTIERI Al MONASTERI
Un frate aveva in monastero due figlie di perfetta condotta religiosa. Un giorno si offrì volentieri per portare là un piccolo e povero dono da parte del Santo, ma questi lo riprese con estrema durezza, con parole che qui non posso riferire. E così, il dono fu inviato per mezzo di un altro, che non voleva saperne, ma poi accondiscese.
Un altro frate d’inverno, mosso da compassione, si recò ad un altro monastero, non tenendo conto della proibizione del Santo, così tassativa. Quando Francesco lo venne a sapere, lo fece camminare senza tonaca per parecchie miglia, nel freddo intensissimo della neve.

CAPITOLO CLVII: LA PREDICA FATTA PIÙ CON L’ ESEMPIO CHE CON LA PAROLA
Mentre si trovava presso San Damiano, il Padre fu supplicato più volte dal suo vicario di esporre alle sue figlie la parola di Dio e, alla fine, vinto da tanta insistenza, accettò.
Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo.
Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l’animo invaso dallo stupore. Quando, ad un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori.
Per questo comportamento carico di significato, le serve del Signore provarono tanta contrizione, che scoppiarono in un profluvio di lacrime e a stento si trattennero dal punirsi con le loro stesse mani.
Col fatto aveva insegnato loro a stimarsi cenere, e inoltre che il suo cuore non provava altro sentimento a loro riguardo che non fosse conforme a questo pensiero.
Questa era la sua condotta con le religiose, queste le sue visite utilissime, rare però e giustificate da necessità. Questa la sua volontà per tutti i frati: essi dovevano servirle per amore di Cristo, di cui sono serve, ma in modo da guardarsi sempre, come uccelli, dai lacci tesi davanti a loro.

ELOGIO DELLA REGOLA DEI FRATI – CAPITOLO CLVIII: PAROLE Dl ELOGIO PER LA REGOLA E COME UN FRATE LA PORTAVA CON SÉ
Francesco era zelantissimo per la vita comune e la Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne zelavano l’osservanza.
Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l’uomo interiore, come sprone contro l’indolenza ed a memoria delle promesse giurate. Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa.
Si ricordò di questo insegnamento un frate laico, che a nostro avviso è da venerare nel numero dei martiri, e conseguì la palma di una gloriosa vittoria. Mentre era trascinato al martirio dai Saraceni, si inginocchiò e tenendo con la estremità delle mani la Regola, disse al compagno: “Fratello carissimo, mi accuso davanti alla Maestà Divina e davanti a te di tutte le colpe che ho commesso contro questa santa Regola”.
Alla breve confessione tenne dietro la spada e così terminò la vita col martirio. Più tardi si rese celebre con miracoli e prodigi.
Era entrato nell’Ordine così giovinetto, che a stento poteva sopportare il digiuno prescritto dalla Regola. Eppure così fanciullo portava sulla nuda carne il cilizio ! Giovane felice, che ha cominciato santamente, per concludere ancora più felicemente la sua vita!

CAPITOLO CLIX: UNA VISIONE CHE GLORIFICA LA REGOLA
Una volta il padre santissimo ebbe dal cielo una visione, che si riferisce alla Regola.
Al tempo in cui i frati tenevano adunanze per discutere la conferma della Regola, il Santo, che era molto preoccupato della cosa, fece questo sogno. Gli sembrava di aver raccolto da terra sottilissime briciole di pane e di doverle distribuire a molti frati affamati, che gli stavano attorno. E siccome esitava temendo che briciole così fini, come piccoli granelli di polvere, gli sfuggissero dalle mani, si udi una voce che gli gridava dall’alto: “Francesco, con tutte le briciole forma una sola ostia e dàlla da mangiare a chi vuole”. Egli obbedì e quelli che non la ricevevano con devozione, o disprezzavano il dono ricevuto, subito apparivano chiaramente colpiti dalla lebbra.
Al mattino il Santo raccontò tutto ai compagni, dolente di non capire il significato misterioso della visione. Ma poco dopo, mentre vegliava in preghiera, gli giunse dal cielo questa voce: “Francesco, le briciole della notte scorsa sono le parole del Vangelo, l’ostia è la Regola, la lebbra l’iniquità “.
Per quanto riguarda la fedeltà che avevano giurata, i frati di quel tempo non la ritenevano dura o gravosa, ma erano prontissimi a fare in tutto più del dovere. Del resto, è chiaro che non vi può essere tiepidezza o pigrizia dove lo stimolo dell’amore sprona sempre più in alto.

LE MALATTIE Dl SAN FRANCESCO – CAPITOLO CLX: COLLOQUIO CON UN FRATE RIGUARDO AL DOVERE DI CURARE IL CORPO
Francesco, araldo di Dio, si incamminò sulle vie di Cristo attraverso numerose pene e gravi malattie, e non ritrasse il piede sino a quando coronò il buon inizio con una fine ancora più santa.
Infatti, sebbene privo di forze e con il corpo tutto rovinato, mai ebbe una pausa nella corsa verso la perfezione, mai permise che si addolcisse il rigore della disciplina. Tanto è vero, che anche quando il corpo era sfinito, non si sentiva di usargli qualche riguardo senza rimorso di coscienza.
Un giorno dovendo lenire, sia pure contro volontà, le sofferenze del corpo con vari medicinali, perché i dolori erano superiori alle sue forze, si rivolse con fiducia ad un frate, perché sapeva che gli avrebbe dato un consiglio saggio.
“Cosa ne pensi, figlio carissimo, del fatto che la mia coscienza mi rimprovera spesso della cura che ho per il corpo? Forse teme che io gli sia troppo indulgente perché è ammalato, e cerchi di soccorrerlo con medicamenti rari. Non già che il corpo provi diletto in qualche cosa, perché rovinato com’è da lunga malattia ha perduto ogni gusto”.
Il figlio rispose al Padre con grande accortezza, conoscendo che il Signore gli suggeriva le parole: ” Dimmi, Padre, se credi: non è stato pronto il tuo corpo ad obbedire ai tuoi ordini?”.
“Gli rendo testimonianza, figlio, che fu obbediente in tutto, in nulla si è risparmiato, ma si precipitava quasi di corsa ad ogni comando. Non ha sfuggito nessuna fatica, non ha rifiutato nessun sacrificio, purché gli fosse possibile obbedire. In questo, io e lui, siamo stati perfettamente d’accordo, di servire senza riserva alcuna Cristo Signore “.
E il frate: ” Dov’è dunque, Padre, la tua generosità, dov’è la pietà e la tua somma discrezione? È questa la riconoscenza che si dimostra agli amici fedeli, ricevere da loro un beneficio e non ricambiarlo nel tempo della necessità? Quale servizio a Cristo tuo Signore hai potuto fare sino ad ora senza l’aiuto del corpo? Come tu stesso dici, non ha affrontato per questo ogni pericolo?”.
“Sì, lo ammetto, figlio — rispose il Padre –. E verissimo!”.
“E allora–proseguì il frate–è ragionevole che tu venga meno in così grande necessità ad un amico tanto fedele, che per te ha esposto se stesso e tutti i suoi beni sino alla morte? Lungi da te, Padre, aiuto e sostegno degli afflitti, lungi da te questo peccato contro il Signore!”.
“Benedetto anche tu, figlio mio–concluse il Santo– perché sei venuto incontro ai miei dubbi con rimedi così saggi e salutari!”.
E rivolgendosi al corpo, cominciò a dirgli tutto lieto: ” Rallegrati, frate corpo, e perdonami: ecco, ora sono pronto a soddisfare i tuoi desideri, mi accingo volentieri a dare ascolto ai tuoi lamenti!”.
Ma cosa avrebbe potuto recare conforto a quel povero corpo quasi estinto? Cosa offrirgli a sostegno, essendo in ogni sua parte in rovina? Francesco era già morto a questo mondo, ma Cristo viveva in lui. Le delizie del mondo erano per lui una croce, perché portava radicata nel cuore la Croce di Cristo. E appunto per questo le stimmate rifulgevano all’esterno nella carne, perché dentro la sua radice gli si allungava profondissima nell ‘animo.

CAPITOLO CLXI: PROMESSA FATTAGLI DAL SIGNORE PER LE SUE INFERMITÀ
È incredibile come le sue forze potessero resistere, essendo tutto il corpo stremato dai dolori. E tuttavia queste sue tribolazioni, non le chiamava pene ma sorelle.
Certamente molte sono le ragioni delle sue sofferenze.
Anzitutto, per renderlo più glorioso nel trionfo, l’Altissimo gli affidò compiti difficili non solo al principio del suo servizio, ma continuò a dargli occasione di gloria anche quando era già veterano.
Poi, in ciò ha lasciato un esempio ai suoi seguaci, in quanto non ha fatto niente con meno fervore perché maturo di anni, e niente con meno rigore perché ammalato. E neppure senza motivo fu la sua perfetta purificazione in questa valle di lacrime: con essa ha pagato sino all’ultimo spicciolo se vi era rimasto qualcosa da bruciare, in modo da volare poi, purificatissimo, in cielo
Ma la principale ragione dei suoi dolori penso sia stata, come egli affermava di altri, la speranza di ricevere nel sopportarli una grande ricompensa.
Una notte, essendo sfinito più del solito per le gravi e diverse molestie delle sue malattie, cominciò nelI’intimo del suo cuore ad avere compassione di se stesso. Ma, affinché lo spirito sempre pronto non provasse, neppure per un istante, alcuna debolezza umana per il corpo, invocò Cristo e col suo aiuto tenne saldo lo scudo della pazienza. Mentre pregava così impegnato in questa lotta, Signore gli promise la vita eterna con questa similitudine:
“Supponi che la terra e l’universo intiero sia oro prezioso di valore inestimabile e che, tolto ogni dolore, ti venga dato per le tue gravi sofferenze un tesoro di tanta gloria che, a suo confronto, sia un niente l’oro predetto, neppure degno di essere nominato; non saresti tu contento e non sopporteresti volentieri questi dolori momentanei? “.
“Certo sarei contento–rispose il Santo–e sarei contento smisuratamente!”.
“Esulta dunque,–conclude il Signore–perché la tua infermità è caparra del mio regno e per il merito della pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di aver parte allo stesso regno “.
Quanta esultanza pensi che abbia provato questo uomo, beato per una promessa così felice? Con quanta pazienza, non solo, ma anche con quanto amore avrà abbracciato le sofferenze fisiche? Soltanto lui lo sa adesso perfettamente, perché allora non fu in grado di esprimerlo. Tuttavia ne fece qualche cenno ai compagni, come poté.
In quella circostanza compose alcune Lodi delle creature, in cui le invita a lodare come è loro possibile, il Creatore.

IL TRANSITO DEL PADRE SANTO – CAPITOLO CLXII: ESORTAZIONE E BENEDIZIONE DEI FRATI PRIMA Dl MORIRE
Alla morte dell’uomo–dice il saggio–sono svelate tutte le sue opere. È appunto ciò che vediamo gloriosamente compiuto nel Santo. Percorrendo con animo pronto la via dei comandamenti di Dio, giunse attraverso i gradi di tutte le virtù alla più alta vetta, e rifinito a regola d’arte, come un oggetto in metallo duttile, sotto il martello di molteplici tribolazioni, raggiunse il limite ultimo di ogni perfezione.
Fu allora soprattutto che brillarono maggiormente le sue mirabili azioni, e rifulse chiaramente alla luce della verità che tutta la sua vita era stata divina, quando, dopo aver calpestato le attrattive di questa vita mortale, se ne volò libero al cielo. Infatti, dimostrò di stimare una infamia vivere, secondo il mondo, amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando.
Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo.
In realtà aspettava intrepido il trionfo e con le mani unite stringeva la corona di giustizia. Posto così in terra, e spogliato della veste di sacco, alzò, come sempre il volto al cielo e, tutto fisso con lo sguardo a quella gloria, coprì con la mano sinistra la ferita del lato destro, perché non si vedesse. Poi disse ai frati: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo! “.
A tale vista, i figli proruppero in pianto dirotto e, traendo dal cuore profondi sospiri, quasi vennero meno sopraffatti dalla commozione.
Intanto, calmati in qualche modo i singhiozzi, il suo guardiano, che aveva compreso per divina ispirazione il desiderio del Santo, si alzò in fretta, prese una tonaca, i calzoni ed il berretto di sacco: “Sappi–disse al Padre– che questa tonaca, i calzoni ed il berretto, io te li do in prestito, per santa obbedienza! E perché ti sia chiaro che non puoi vantare su di essi nessun diritto, ti tolgo ogni potere di cederli ad altri “.
Il Santo sentì il cuore traboccare di gioia, perché capì di aver tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. Aveva infatti agito in questo modo per amore della povertà, così da non avere in punto di morte neppure l’abito proprio, ma uno ricevuto in prestito da altri.
Aveva poi l’abitudine di portare in testa un berretto di sacco per coprire le cicatrici riportate nella cura degli occhi, mentre gli sarebbe stato necessario un copricapo di lana qualsiasi, purché fine e morbidissima.
Poi il Santo alzò le mani al cielo, glorificando il suo Cristo, perché poteva andare libero a lui senza impaccio di sorta.
Ma per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio.
Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: “Addio–disse–voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia”. E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli.
Nessuno si usurpi questa benedizione, che impartì ai presenti per gli assenti. Come è stata riportata altrove, ha chiaramente qualche riferimento personale, ma ciò va piuttosto riferito all’ufficio.

CAPITOLO CLXIII: ULTIME AZIONI DEL SANTO E SUA MORTE
Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.
Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere suo ospite: ” Ben venga, mia sorella morte!”.
Si rivolse poi al medico: ” Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita! ” E ai frati: “Quando mi vedrete ridotto alI’estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l’altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”.
Giunse infine la sua ora, ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio.

UN FRATE VEDE L’ ANIMA DEL SANTO NEL SUO TRANSITO
Un frate suo discepolo, assai rinomato, vide l’anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida.
Si radunò allora una grande quantità di gente, che lodava e glorificava il nome del Signore. Accorse in massa tutta la città di Assisi e si affrettarono pure dalla zona adiacente per vedere le meraviglie, che il Signore aveva manifestato nel suo servo. I figli intanto effondevano in lacrime e sospiri il pio affetto del cuore, addolorati per essere rimasti orfani di tanto padre.
Ma la singolarità del miracolo mutò il pianto in giubilo e il lutto in esplosione di gioia. Vedevano distintamente il corpo del beato padre ornato delle stimmate di Cristo e precisamente nel centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi stessi formati dalla sua carne, anzi cresciuti con la carne medesima, che mantenevano il colore oscuro proprio del ferro, e il costato destro arrossato di sangue. La sua carne, prima oscura di natura, risplendendo di un intenso candore, preannunziava il premio della beata risurrezione. Infine, le sue membra divennero flessibili e molli, non rigide come avviene nei morti, ma rese simili a quelle di un fanciullo.

CAPITOLO CLXIV: LA VISIONE DI FRATE AGOSTINO IN PUNTO DI MORTE
Era in quel tempo ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino. Da tempo aveva perduto l’uso della parola, ma, quando giunse all’ora della morte, gridò tutto ad un tratto: “Aspettami, Padre, aspetta! Ecco, ora vengo con te “.
Tutti i presenti l’udirono e si chiedevano sorpresi a chi parlasse a questo modo. ” Non vedete — rispose con sicurezza–il nostro padre Francesco, che va in cielo? “. E subito la sua anima santa, libera dalla carne, seguì il padre santissimo.

CAPITOLO CLXV: DOPO LA SUA MORTE IL PADRE APPARE AD UN FRATE
In quella notte e alla stessa ora, il padre glorioso apparve ad un altro frate di vita lodevole, mentre era intento a pregare. Era vestito di una dalmatica di porpora, e lo seguiva una folla innumerevole di persone.
Alcuni si staccarono dal gruppo per chiedere al frate: “Costui non è forse Cristo, o fratello?”.
“Sì, è lui “, rispondeva.
Ed altri di nuovo lo interrogavano: ” Non è questi san Francesco? “.
E il frate allo stesso modo rispondeva affermativamente. In realtà sembrava a lui e a tutta quella folla che Cristo e Francesco fossero una sola persona.
Questa affermazione non può essere giudicata temeraria da chi sa intendere bene, perché chi aderisce a Dio diventa un solo spirito con Lui e lo stesso Dio sarà tutto in tutti.
Alla fine, il Padre e quel corteo meraviglioso giunsero in un luogo quanto mai delizioso, dove scorrevano acque limpidissime Era tutto uno splendore di erbe, di fiori, di alberi di ogni specie. Nel mezzo sorgeva un palazzo di straordinaria grandezza e bellissimo. Il nuovo cittadino del cielo vi entrò festoso, e avendo notato numerosi frati attorno ad una mensa, preparata splendidamente e traboccante di ogni sorta di delizie, cominciò con i suoi a banchettare gioiosamente

CAPITOLO CLXVI: VISIONE DEL VESCOVO Dl ASSISI RIGUARDANTE IL TRANSITO DEL PADRE
Il vescovo di Assisi in quel tempo era andato in pellegrinaggio alla chiesa di San Michele. Mentre nel ritorno si era fermato a Benevento, gli apparve Francesco, nella notte del suo trapasso, e gli disse: “Ecco, Padre, lascio il mondo e vado a Cristo”.
Al mattino svegliatosi, il vescovo narrò ai compagni la visione e, chiamato un notaio, fece segnare il giorno e l’ora del transito. Ne fu molto rattristato e pianse per il dolore di avere perduto il migliore dei padri.
Ritornato poi alla sua terra, raccontò ogni cosa e ringraziò senza fine il Signore per i suoi doni.

CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE Dl SAN FRANCESCO
Nel nome del Signore Gesù. Amen. Nell’anno della sua Incarnazione 1226, il 3 ottobre, nel giorno che aveva predetto, compiuti vent’anni da quando aveva aderito in modo perfettissimo a Cristo seguendo la vita e le orme degli Apostoli, l’uomo apostolico Francesco, sciolto dai ceppi di questa vita mortale, passò felicemente a Cristo. E sepolto presso la città di Assisi, cominciò a risplendere ovunque per tanti e così vari miracoli, che indusse in breve tempo gran parte del mondo ad ammirare il secolo rinnovato.
Poiché già in diverse parti, si era reso famoso per lo splendore di nuovi miracoli, affluivano da ogni luogo persone gioiose di essere state liberate col suo aiuto dai loro affanni, il signor papa Gregorio, trovandosi a Perugia con tutti i cardinali ed altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita.
Anzitutto vennero convocati a tanta solennità i principi della terra. Poi, nel giorno fissato, tutto lo stuolo dei prelati e una infinita moltitudine di popolo accompagnarono il Papa in Assisi, per celebrarvi, a maggiore onore del Santo, la sua canonizzazione. Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne, da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita.
Finito il discorso, papa Gregorio alzò le mani al cielo e con voce sonora proclamò,…

PREGHIERA DEI COMPAGNI DEL SANTO – CAPITOLO CLXVII
Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità.
Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione. Chiediamo a te ed ai lettori di misurare il nostro affetto dall’impegno che ci siamo assunti, lieti che la penna umana sia superata dall’altezza di così mirabile vita.
Chi infatti, o grande Santo, potrebbe sentire in sé o imprimere negli altri l’ardore del tuo spirito? Chi dar vita agli ineffabili slanci d’amore, che da te salivano continuamente a Dio? Ma abbiamo scritto queste pagine, attratti dal dolce ricordo che abbiamo di te, nel desiderio di tramandarlo, finché vivremo, anche se solo balbettando, agli altri.
Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l’abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi.
Attiraci dunque a te, o Padre santo, perché corriamo nella fragranza dei tuoi profumi: tu vedi quanto siamo tiepidi e accidiosi, languidi e pigri, quasi morti per la nostra negligenza! Il piccolo gregge ti segue già con passo incerto, e gli occhi deboli, abbagliati, non sopporta i raggi della tua perfezione. Rinnova i nostri giorni, come all’inizio, specchio e modello dei perfetti, e non permettere che siano dissimili nella vita quelli che ti sono conformi nella professione!
Ora presentiamo le nostre umili preghiere alla clemenza della Maestà eterna per il servo di Cristo, il nostro ministro, erede della tua umiltà e tuo seguace nella vera povertà. Egli cura le sue pecorelle con sollecitudine e dolce affetto, per amore del tuo Cristo. Noi ti preghiamo, o Santo, di favorirlo e sostenerlo in tale modo, che, sempre aderendo alle tue stesse orme, possa entrare in possesso eterno di quella lode e gloria, che tu hai conseguito.
Ti supplichiamo anche, con tutto l’affetto del cuore, o benignissimo Padre, per il tuo figlio, che ora come in passato ha scritto devotamente le tue lodi. Ha composto questo libretto con pietà filiale secondo le sue capacità, anche se non è degno dei tuoi meriti, e insieme a noi te lo offre e te lo dedica. Degnati di conservarlo e liberarlo da ogni male, aumenta in lui i meriti di santità, e con le tue preghiere rendilo partecipe in eterno della compagnia dei santi.
Ricordati, o Padre, di tutti i tuoi figli. Tu, o santissimo, conosci perfettamente come, angustiati da gravi pericoli, solo da lontano seguono le tue orme. Dà loro forza per resistere, purificali perché risplendano, rendili fecondi perché portino frutto. Ottieni che sia effuso su di loro lo spirito di grazia e di preghiera, perché abbiano la vera umiltà che tu hai avuto, osservino la povertà che tu hai seguito, meritino quella carità con cui tu hai sempre amato Cristo crocifisso. Egli vive e regna col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.


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